Adelante – Marco 13,33-37

Prima domenica di Avvento

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Fate attenzione, vegliate, perché non sapete quando è il momento. È come un uomo, che è partito dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai suoi servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vegliare. Vegliate dunque: voi non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino; fate in modo che, giungendo all’improvviso, non vi trovi addormentati. Quello che dico a voi, lo dico a tutti: vegliate!».

“Adelante” è una delle parole più ricorrenti nelle ultime riflessioni e omelie che sto proponendo alle comunità della parrocchia di San Pedro de Carabayllo. Adelante, cioè avanti, forza, coraggio… Alla crisi sanitaria ed economica causata dal covid si è aggiunta anche una terribile crisi politica che sta schiacciando il paese. In tutti i modi cerchiamo di stare vicino alle famiglie, agli anziani e alle persone più vulnerabili. Adelante, siate forti, sperate nel Signore, Lui non ci abbandonerà.
Mentre leggo le bellissime letture della prima domenica di Avvento, ripenso ai volti e alle mani delle persone che ho incontrato in questi ultimi giorni. Una cosa che sempre mi stupisce del popolo peruano è la capacitá di desiderare e di sperare. Ho letto che un filosofo europeo definisce questo secolo come il cimitero del desiderio, inevitabile esito della crisi della speranza. Ma nella grigia e sabbiosa periferia di Lima si respira un altro clima. La gente spera, attende e desidera. Sento forte il desiderio di Dio e di quella pienezza che solo lui può regalare. Desiderio di condividere, di lottare e di rialzarsi. I poveri mi hanno insegnato a desiderare, a sperare e a sognare.

Inizio questo tempo d’Avvento chiedendo un cuore che sappia vegliare. La chiesa tutta si rinnovi, si faccia bella per attendere il Signore. Lui tornerà, non ci sono dubbi. Tornerà per sedersi in mezzo a noi, suoi discepoli sgangherati ma fedeli, ammaccati ma sorridenti. Tornerà e curerà le nostre ferite, asciugherà le nostre lacrime e sarà festa. Per sempre.

Adelante, Gesú.
Vieni, ti aspettiamo.
Adelante, sussurraci all’orecchio quelle parole che tu solo conosci.
Adelante, la tua Chiesa ti aspetta.
Amen.

Il nostro Re – Matteo 25,31-46

Solennità di Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’universo

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria con tutti i suoi angeli, si siederà sul trono della sua gloria. E saranno riunite davanti a lui tutte le genti, ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri, e porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra.
Allora il re dirà a quelli che stanno alla sua destra: Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo. Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi.
Allora i giusti gli risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo ospitato, o nudo e ti abbiamo vestito? E quando ti abbiamo visto ammalato o in carcere e siamo venuti a visitarti? Rispondendo, il re dirà loro: In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me.
Poi dirà a quelli posti alla sua sinistra: Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli. Perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare; ho avuto sete e non mi avete dato da bere; ero forestiero e non mi avete ospitato, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato.
Anch’essi allora risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo visto affamato o assetato o forestiero o nudo o malato o in carcere e non ti abbiamo assistito? Ma egli risponderà: In verità vi dico: ogni volta che non avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli, non l’avete fatto a me. E se ne andranno, questi al supplizio eterno, e i giusti alla vita eterna”.

Siamo alla fine dell’anno liturgico passato in compagnia di Matteo, un anno davvero speciale che non dimenticheremo facilmente…
La prossima settimana inizieremo l’avvento che a Lima coincide quasi sempre con l’inizio del caldo torrido. I supermercati del centro sono giá agghindati con i colori del Natale, le renne appese ai lampioni e la neve finta attaccata alle vetrine. Per strada ci sono 40 gradi e i babbi natale in canottiera e infradito urlano ai passanti indifferenti le ultime imperdibili offerte del mercato. Chi puó si permette il lusso di sbirciare i prezzi, ma la maggioranza continua il suo cammino. La recente crisi politica, che si aggiunge a quella sanitaria e economica, sta schiacciando nuovamente il paese. Penso alle famiglie delle mie comunitá. Tantissimi volti si affacciano alla mia memoria e prego per loro mentre leggo e medito il Vangelo di questa domenica.

Oggi festeggiamo il nostro re.
Un re sorprendente.
Un re che nessuno sarebbe mai stato capace di immaginare.
Un re che viene non per essere servito, ma per servire.
Un re che tocca gli intoccabili, che sceglie come suo palazzo regale la strada, che banchetta con peccatori, poveri e prostitute.
Un re che entra a Gerusalemme in groppa a un asinello e lava i piedoni dei suoi discepoli.
Un re che ha per trono una croce.
Un re che si mette nelle mani tutti, dà la vita per tutti e perdona tutti.
Un re che non compie le nostre attese, ma le stravolge completamente.

Un re che nel giorno del giudizio ci farà una sola domanda.
L’unica che conta.
L’unica che puó dare peso alla vita dell’uomo.

Quanto hai amato?

Quanto hai amato oggi?
Quanta vita hai messo in circolo?
Quanta misericordia ha mosso i tuoi passi e le tue azione?

Coraggio, cari amici! Non è mai troppo tardi per iniziare ad amare per davvero.

Un abbraccio

Moltiplicare l’amore – Matteo 25,14-30

XXXIII Domenica del Tempo Ordinario

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: “Un uomo, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, a ciascuno secondo la sua capacità, e partì. Colui che aveva ricevuto cinque talenti, andò subito a impiegarli e ne guadagnò altri cinque. Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone.
Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò, e volle regolare i conti con loro. Colui che aveva ricevuto cinque talenti, ne presentò altri cinque, dicendo: Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque. Bene, servo buono e fedele, gli disse il suo padrone, sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone. Presentatosi poi colui che aveva ricevuto due talenti, disse: Signore, mi hai consegnato due talenti; vedi, ne ho guadagnati altri due. Bene, servo buono e fedele, gli rispose il padrone, sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone. Venuto infine colui che aveva ricevuto un solo talento, disse: Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso; per paura andai a nascondere il talento sotterra: ecco qui il tuo. Il padrone gli rispose: Servo malvagio e infingardo, sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse. Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha sarà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha. E il servo fannullone gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”.

Leggo e rileggo questa parabola geniale di Gesú, mi sorprende la sua attualità. Davvero la Parola è viva ed efficace, tagliente come una spada a doppio taglio (Eb 4,12).
Il talento era una moneta che poteva pesare anche trentasei chilogrammi e il suo valore era di circa seimila denari. Visto che un denaro era la paga quotidiana di un operaio dei tempi di Gesù, un talento corrispondeva circa a diciassette anni di stipendio. Al primo servo, dunque, il padrone consegna l’equivalente di centosettanta anni di retribuzione, al secondo l’equivalente di ottantacinque anni e, all’ultimo, l’equivalente di diciassette anni.
Questa esagerazione, tipica di molte parabole di Gesú, ci fanno intuire la grandezza, la sproporzione e l’esagerazione dell’amore del Padre per ciascuno di noi. Non ci ha amato con il contagocce, non ha impaccato un regalo riciclato. Il Padre ci dà tutto, ci dà suo Figlio: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito” (Gv 3,16).
Questo è il talento che abbiamo ricevuto: lo Spirito del Figlio che ci fa vivere da fratelli. E cosa ne abbiamo fatto? A chi assomigliamo: ai primi due servi o all’ultimo? Che cosa stiamo facendo con lo Spirito del Figlio che abita in noi? Lo facciamo fruttificare o lo abbiamo sotterrato tra le macerie delle nostre paure e delle nostre pigrizie?
E forse dovremmo provare a interrogarci anche come comunità e non solo come singoli. Possiamo correre il rischio di cedere comunitariamente all’insidia della paura e accontentarci bonariamente del bel talento sotterrato dalla ripetitività e dalla tiepidezza.

Avanti dove l’acqua è bassa.
Si è sempre fatto così.
L’importante è mantenere le apparenze.

Se Gesù avesse seguito questo progetto pastorale sarebbe morto a 102 anni seduto comodamente su una bella poltrona…

Coraggio, cari amici! Non dobbiamo avere paura, facciamo fruttificare il dono inestimabile che abbiamo ricevuto. Moltiplichiamo l’amore, la misericordia e la tenerezza. Su questo saremo giudicati. Nel giorno del giudizio il Padre non conterà i nostri peccati, ma l’amore. L’amore che abbiamo donato, l’amore che abbiamo accolto, l’amore che abbiamo fatto germogliare nei sentieri della nostra esistenza.

Un abbraccio

don Roberto

Come stelle nel mondo – Mt 25,1-13

XXXII domenica del Tempo Ordinario

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Allora il regno dei cieli sarà simile a dieci vergini che presero le loro lampade e uscirono incontro allo sposo. Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; le stolte presero le loro lampade, ma non presero con sé l’olio; le sagge invece, insieme alle loro lampade, presero anche l’olio in piccoli vasi. Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e si addormentarono. A mezzanotte si alzò un grido: “Ecco lo sposo! Andategli incontro!”. Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade. Le stolte dissero alle sagge: “Dateci un po’ del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono”. Le sagge risposero: “No, perché non venga a mancare a noi e a voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene”. Ora, mentre quelle andavano a comprare l’olio, arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa. Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: “Signore, signore, aprici!”. Ma egli rispose: “In verità io vi dico: non vi conosco”. Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora.»

Le notizie che arrivano dall’ Italia sono preoccupanti, e anche qui, nella periferia di Lima, si inizia a temere una seconda ondata del virus. Metto tutto nelle mani di Dio e provo a mettermi in ascolto della Parola. Spengo il cellulare, chiudo la porta della stanza e mi siedo davanti al Vangelo aperto sulla pagina di questa meravigliosa parabola.
Il vero protagonista di questo brano non è lo sposo e nemmeno la sposa, che tra l’altro non è nemmeno nominata. Neppure le dieci vergini sono le protagoniste di questo testo. L’unico indiscusso protagonista è l’olio. Può sembrare strano, ma è proprio così.
Le dieci vergini sono immagine della comunità in attesa del Signore e il contrasto tra saggezza e stoltezza ci indica come vivere il tempo presente con tutte le sue contraddizioni e fatiche. La parabola della casa sulla roccia sviluppa lo stesso tema: saggezza è ascoltare e mettere in pratica la Parola, solo così, uniti a Cristo luce del mondo (Gv 8,12), possiamo vivere come veri figli della luce (1Ts 5,5).
Stoltezza è non avere ciò che illumina, è ascoltare senza mettere in pratica, è riempire la nostra vita di cose inutili che per un attimo ci illuminano come un fuoco artificiale e poi ci lasciano nell’oscurità. Ciechi. Se non ci alleniamo nell’amore la nostra vita è spenta, secca e triste.
In questo tempo di incertezza e paura, il Signore ci chiama a convertirci alla vera saggezza. Le case costruite sulla sabbia sono già state spazzate via dalla tempesta e giacciono sul fondo dell’oceano della nostra stoltezza e superficialità. Adesso è il tempo di costruire sulla roccia, di riempire d’olio le nostre lampade, di accendere di passione la nostra vita.
Vorrei terminare questa breve riflessione sottolineando un piccolo e interessante dettaglio della parabola. Matteo non si fa nessun problema a dire che le dieci vergini si addormentano. Mi piace questa piccola annotazione. Il maestro conosce la nostra debolezza e le fatiche della quotidianità. Può capitare che la nostra fede si assopisca, che ci siano dei periodi di stanchezza e di fatica. Può capitare che ci chiediamo dove si è nascosto Dio, perché le tracce della sua presenza sembrano scomparire… Il maestro sa che la nostra vita è una lotta, che non mancano le difficoltá e gli imprevisti, e ci richiama all’essenziale, a ció che non puó mancare: l’olio dell’amore, della passione, del desiderio.

Coraggio! Non importa se sei caduto o se ti sei sbagliato. Quello che davvero importa è che la tua lampada non smetta di scintillare, che l’olio dell’amore ti faccia “brillare come una stella nel mondo, tenendo alta la Parola di vita.” (Fil 2,15-16)

Un abbraccio
Don Roberto

Beati – Matteo 5,1-12

1 novembre – Tutti i Santi

In quel tempo, Gesù, vedendo le folle, salì sulla montagna e, messosi a sedere, gli si avvicinarono i suoi discepoli. Prendendo allora la parola, li ammaestrava dicendo: “Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Beati gli afflitti, perché saranno consolati. Beati i miti, perché erediteranno la terra. Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati. Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia. Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. Beati i perseguitati per causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. Beati voi, quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli”.

Fuori dalla finestra della camera vedo i banani che ondeggiano leggeri sulla musica del primo vento caldo di novembre. Questa mattina mi prendo un po’ di tempo per prepararmi alla festa di tutti Santi e il pensiero corre ai santi che ho avuto la fortuna di conoscere in questi anni. Santi che non finiranno mai sui calendari o sulle immaginette. Santi della quotidianità, nascosti, invisibili, uomini e donne innamorati della vita e di Dio, fratelli e sorelle che hanno dato carne e passione alle beatitudini di Gesú.
Rileggo il testo di Matteo e ogni riga mi fa pensare a uno di questi beati…

Beati i poveri in spirito come Carmen, che vive in una casa di legno e plastica con i suoi figli. Suo marito è morto sul lavoro, e lei si fida e si affida al Padre del cielo.
Beati gli afflitti come Carlos, vittima di un incidente. Da anni vive su una sedia a rotelle. Chi lo ha investito ha messo tutto a tacere, con i soldi e le minacce si possono cucire molte bocche.
Beati i miti come Diego e Lucia, che sanno riconoscere la mano di Dio che tesse le trame della loro storia d’amore.
Beati quelli che hanno fame e sete di giustizia come Julio, che è in prigione da sette anni. Il suo unico errore è stato quello di trovarsi nel posto sbagliato nel momento sbagliato, e tutte le notti si addormenta con la foto della sua piccola Beatriz tra le mani.
Beati i misericordiosi come Yanina, che ha perdonato l’uomo che ha straziato la sua adolescenza e ha avuto il coraggio di credere all’amore.
Beati i puri di cuore come don Roberto Malgesini, che ha visto Dio negli ultimi.
Beati gli operatori di pace come Rosita, Luis, Andres e una schiera infinita di uomini e donne che hanno scelto la via del dialogo e della riconciliazione, che hanno scoperto che il perdono è disarmante.
Beati i perseguitati a causa della giustizia come Isabel, che è stata ripudiata dalla famiglia perché non ha accettato rinunciare alla fede.

Provo a pensare ai volti di tutti questi fratelli e a molti altri che hanno illuminato il mio cammino sui passi di Gesú. Li immagino tutti in un immenso collage e mi accorgo che i sorrisi, le lacrime e le speranze dei loro volti danno forma al volto di Gesú. Lui, carne della nostra carne, volto umano di Dio e volto divino dell’uomo, continua a vivere in noi, nella sua chiesa, in ogni angolo del mondo dove si vive la Parola e dove si cerca il regno di Dio e la sua giustizia.

Buona festa
Un abbraccio

Cuore pulsante – Matteo 22,34-40

XXX domenica del Tempo Ordinario

In quel tempo, i farisei, udito che Gesù aveva chiuso la bocca ai sadducei, si riunirono insieme e uno di loro, un dottore della Legge, lo interrogò per metterlo alla prova: “Maestro, qual è il più grande comandamento della Legge?”. Gli rispose: “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il più grande e il primo dei comandamenti. E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Da questi due comandamenti dipende tutta la Legge e i Profeti”.

La domanda che viene sottoposta all’attenzione di Gesù tocca un tema di moda tra i rabbini del tempo e riguarda la gerarchia dei comandamenti. Infatti erano stati codificati ben 613 comandamenti ed era quindi necessario stabilire una gerarchia. Ogni buon maestro dava la sua interpretazione e Gesù viene chiamato a fare lo stesso.
Bisogna però osservare che la domanda del dottore della Legge non vuole semplicemente introdurre un dibattito tra esperti, ma, come abbiamo visto domenica scorsa, è un tentativo subdolo di cogliere Gesù in errore o in contraddizione.
Secondo gli esperti il comandamento più importante della Legge era senza dubbio il riposo del sabato, l’unico comandamento osservato da Dio stesso (cf Es 20,11; Gen 2,3). L’obbedienza a questo precetto equivaleva all’adempimento di tutta la Legge e la sua trasgressione era punita con la morte (cf Es 31,14). Infatti, la prima volta che nel vangelo di Matteo i farisei stabiliscono di condannare Gesù a morte, è proprio in conseguenza della violazione del comandamento del sabato (cf Mt 12,14). Gli avversari di Gesú vogliono solo una conferma, sono giá pronti a condannare l’eretico nazareno.
Ma Gesú, ancora una volta, sorprende i suoi avversari. Il maestro ha una visione completamente differente: la sua preoccupazione non è tanto quella di stabilire un ordine o una gerarchia tra i comandamenti, ma quella di indicare il centro propulsore, il nucleo incandescente che dà forza, direzione e passione alla vita. Questo cuore pulsante non puó essere che l’amore. Tutti i comandamenti, le leggi e i precetti non hanno nessun significato se non sono vissuti alla luce del duplice comandamento dell’amore: amare Dio e amare il prossimo come se stessi.
Provo a fare un esempio: la Messa. Se vado a Messa solo con la idea che devo osservare un precetto, a cosa mi serve? La Messa è un incontro con Gesú che si fa Parola e Pane, perché anch’io possa essere un pane spezzato e possa sparpagliare briciole di eternità nel mio vivere quotidiano. Non vado a Messa per rispettare un precetto, ma perché nell’Eucarestia amo Dio sopra ogni cosa e mi alimento per amare il prossimo come ha fatto Lui.

Forza, cari amici! Scaviamo a fondo per scoprire il cuore pulsante, il nucleo incandescente dell’amore che dá passione, vigore e audacia alla nostra vita.

Un abbraccio
Don Roberto

Tutto è di Dio- Matteo 22,15-21

XXIX domenica del tempo ordinario

In quel tempo, i farisei, avendo udito che Gesù aveva ridotto al silenzio i sadducei, ritiratisi, tennero consiglio per vedere di coglierlo in fallo nei suoi discorsi. Mandarono dunque a lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: “Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità e non hai soggezione di nessuno perché non guardi in faccia ad alcuno. Dicci dunque il tuo parere: È lecito o no pagare il tributo a Cesare?” Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: “Ipocriti, perché mi tentate? Mostratemi la moneta del tributo”. Ed essi gli presentarono un denaro. Egli domandò loro: “Di chi è questa immagine e l’iscrizione?”. Gli risposero: “Di Cesare”. Allora disse loro: “Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”.

Dopo le tre parabole sull’accoglienza e il rifiuto di Gesù, il racconto di Matteo ci propone una serie di dispute in cui farisei, sadducei ed erodiani sottopongono al maestro alcune delle questioni più scottanti del momento. Ovvio: a nessuno interessa il suo parere, vogliono solo trovare un pretesto per incastrarlo.
I rivali di Gesú sono astuti e orchestrano un tranello malizioso: se il maestro risponde che è lecito pagare il tributo a Cesare, perderebbe la simpatia delle folle e sarebbe accusato d’infedeltà verso il Dio di Israele che è l’unico che deve essere servito (cfr Dt 6,4-13); se risponde che non è lecito pagare il tributo, solleverebbe le autorità romane e l’accusa di ribellione e istigazione delle folle contro il potere.
Ma la risposta di Gesú è completamente inattesa e disarmante. Il Rabbí evita brillantemente di scivolare nelle pieghe del tranello, supera la logica dello schieramento e porta i suoi interlocutori a guardare il problema da un altro punto di vista.
Cesare ha autoritá sulla moneta, perché sulla moneta é impressa la sua immagine. Ma Dio ha autoritá sull’uomo, perché l’uomo – ogni uomo – è immagine di Dio. Il potere del sovrano, l’autoritá del Cesare di turno, è limitata alla circonferenza della moneta, ma il primato di Dio nella vita del credente è un principio assoluto.
Gesú dice che bisogna dare a Dio quello che è di Dio, e tutto è Dio! A Lui dobbiamo ogni fibra del nostro corpo e ogni respiro dell’universo. Ma l’orgoglio e la presunzione ci hanno accecato: ci siamo illusi di essere padroni della storia, attori solitari sul palcoscenico del tempo. Ma é bastato un virus microscopico per metterci in ginocchio, per farci ricordare che siamo fragili, creature perfettamente imperfette. Tutto è di Dio, perché Dio è tutto.

Un abbraccio
Don Roberto

Con l’abito nuziale – Matteo 22,1-14

XXVIII domenica del tempo ordinario

In quel tempo, rispondendo Gesù riprese a parlare in parabole ai principi dei sacerdoti e agli anziani del popolo e disse: “Il regno dei cieli è simile a un re che fece un banchetto di nozze per suo figlio. Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non vollero venire. Di nuovo mandò altri servi a dire: Ecco ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e i miei animali ingrassati sono già macellati e tutto è pronto; venite alle nozze. Ma costoro non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; altri presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero.
Allora il re si indignò e, mandate le sue truppe, uccise quegli assassini e diede alle fiamme la loro città. Poi disse ai suoi servi: Il banchetto nuziale è pronto, ma gli invitati non ne erano degni; andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze. Usciti nelle strade, quei servi raccolsero quanti ne trovarono, buoni e cattivi, e la sala si riempì di commensali. Il re entrò per vedere i commensali e, scorto un tale che non indossava l’abito nuziale, gli disse: Amico, come hai potuto entrare qui senz’abito nuziale? Ed egli ammutolì. Allora il re ordinò ai servi: Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti. Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti”
.

Eccoci alle prese con l’ultima parabola di un trittico che Matteo ha collocato pochi versetti dopo l’entrata trionfale di Gesù in Gerusalemme. Il tema è lo stesso che abbiamo visto le ultime due domeniche: l’accoglienza o il rifiuto di Gesù. Ma questa parabola è ricca di particolari e di colpi di scena che ci aiutano ad approfondire il tema.
Al centro del racconto c’è il re. L’occasione del banchetto è il matrimonio del figlio, ma di lui non si dice nulla. Solo il re parla, ordina e giudica.
Il primo colpo di scena che sorprende il lettore è, senza dubbio, il rifiuto degli invitati alle nozze: alcuni vanno nel campo, altri a badare ai propri affari e qualcuno, inspiegabilmente, se la prende con i servi, li bastona e li uccide. In questa prima parte della parabola ritroviamo il tema del rifiuto e della violenza. Ed è interessante sottolineare la reazione del re: prima fa piazza pulita di tutti quelli che hanno rifiutato l’invito e poi manda i servi a chiamare tutti quelli che incontrano per strada. Buoni o cattivi, belli o brutti, non fa problema. E la festa, finalmente, ha inizio.
Fino a qui tutto sembra chiaro: gli invitati rifiutano e i raccattati accettano, ma proprio a questo punto troviamo il secondo colpo di scena: il re passa tra gli invitati, ne trova uno senza abito nuziale, lo fa legare e, dopo averlo rimproverato, lo fa buttare fuori dalla festa. La reazione del sovrano è senza dubbio sorprendente. Penso che proprio questo sia il centro della parabola: nessuno ha il posto garantito. Il fatto di aver accettato un invito non ti mette al sicuro, devi vestire l’abito della festa, devi rivestirti di Cristo.
E mentre stendo queste note, non riesco a non pensare allo sguardo di Diego. Ha passato metá della sua vita su una sedia a rotelle per una malattia rarissima che si sta mangiando i suoi muscoli. Tra pochi giorni compirà 15 anni. Ieri sono stato a visitarlo, abbiamo chiacchierato per una mezz’ora: delle sue medicine, della corona di spine di Gesú, della prossima partita della nazionale peruana e del suo desiderio di vivere. Penso a lui, alla sua veste bianchissima, alla immensa e silenziosa schiera di profeti invisibili che fecondano di bellezza il cammino della chiesa nel mondo. Penso a tutti i piccoli e poveri che mi hanno evangelizzato e mi hanno insegnato la freschezza disarmante della fede, la tenacia irresistibile della speranza e la spumeggiante fantasia della caritá.

Un abbraccio
Don Roberto

Occhi aperti – Matteo 21,33-43

XXVII domenica del tempo ordinario

In quel tempo, Gesù disse ai principi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: “Ascoltate un’altra parabola: C’era un padrone che piantò una vigna e la circondò con una siepe, vi scavò un frantoio, vi costruì una torre, poi l’affidò a dei vignaioli e se ne andò.
Quando fu il tempo dei frutti, mandò i suoi servi da quei vignaioli a ritirare il raccolto. Ma quei vignaioli presero i servi e uno lo bastonarono, l’altro lo uccisero, l’altro lo lapidarono. Di nuovo mandò altri servi più numerosi dei primi, ma quelli si comportarono nello stesso modo. Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: Avranno rispetto di mio figlio! Ma quei vignaioli, visto il figlio, dissero tra sé: Costui è l’erede; venite, uccidiamolo, e avremo noi l’eredità. E, presolo, lo cacciarono fuori della vigna e l’uccisero. Quando dunque verrà il padrone della vigna che farà a quei vignaioli?”. Gli rispondono: “Farà morire miseramente quei malvagi e darà la vigna ad altri vignaioli che gli consegneranno i frutti a suo tempo”. E Gesù disse loro: “Non avete mai letto nelle Scritture: La pietra che i costruttori hanno scartata è diventata testata d’angolo; dal Signore è stato fatto questo ed è mirabile agli occhi nostri? Perciò io vi dico: vi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che lo farà fruttificare”.

Yaqui aveva quarantasette anni. Viveva in una casetta di legno a pochi chilometri dalla parrocchia. Aveva un problema psichiatrico e prendeva le medicine con precisione svizzera. Veniva spesso alla parrocchia per confessarsi, per fare quattro chiacchere o per chiedere un po’ di viveri. Yaqui era sempre sorridente. Ascoltandola ho capito la differenza tra credere in Dio e fidarsi di Dio.
Nonostante la sua vita fosse un intreccio indistricabile di malattie, violenze, solitudini e povertá, non ho mai visto nei suoi occhi neri nemmeno un lampo d’ira o una nuvola di scoraggiamento. Lei era un cielo limpido.
Yaqui si prendeva cura della mamma invalida. I suoi quattro fratelli maschi si mantenevano a distanza, vivevano la loro vita come se quella donna accartocciata nel letto non fosse la loro madre. Le due donne sopravvivevano grazie alla pensione del papá morto da pochi anni e alla solidarietá dei vicini di casa.
Yaqui è morta pochi giorni fa. È morta sola, in un letto di ospedale. È morta per un tumore al seno che non ha potuto curare. O forse è morta per il coronavirus. O forse per una polmonite che i dottori hanno diagnosticato il giorno del ricovero. Non lo sapremo mai.
Prima del ricovero Yaqui era spaventata e abbracciava con forza un’amica della parrocchia che la stava aiutando con i documenti e le ricette. Ci disse: “Almeno voi, non dimenticatemi e pregate per me”.
Scrivo di lei, figlia prediletta del Padre, per non dimenticare la sua fede cristallina, la sua tenace fiducia e la sua disarmante semplicità. Scrivo di lei per non dimenticare che il padrone della vigna continua ad inviare i suoi servi. Yaqui, don Roberto Malgesini, Carlo Acutis, Giulio Rocca, padre Daniele Badiali sono alcuni dei servi buoni e fedeli che il padrone della vigna continua ad inviare per smuovere le nostre coscienze ammuffite e sedentarie.

Questo mese missionario che stiamo iniziando segni una tappa importante nel nostro cammino di fede: occhi aperti per riconoscere i servi del padrone della vigna, mani pronte per seguire il loro esempio, piedi docili per camminare sulle loro orme.

Un abbraccio
Buon mese missionario
Don Roberto Seregni

Due fratelli – Matteo 21,28-32

XXVI domenica del tempo ordinario

In quel tempo Gesù disse ai principi dei sacerdoti e agli anziani: “Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli; rivoltosi al primo disse: Figlio, và oggi a lavorare nella vigna. Ed egli rispose: Sì, signore; ma non andò. Rivoltosi al secondo, gli disse lo stesso. Ed egli rispose: Non ne ho voglia; ma poi, pentitosi, ci andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre? ”. Dicono: “L’ultimo”. E Gesù disse loro: “In verità vi dico: I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. È venuto a voi Giovanni nella via della giustizia e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, pur avendo visto queste cose, non vi siete nemmeno pentiti per credergli.

Ricominciamo da dove ci siamo lasciati la settimana scorsa: l’orgoglio spirituale di chi si sente giusto. Quella di oggi è la prima di tre parabole che cercano di spiegare perché quelli che avrebbero dovuto accogliere Gesù e il suo Vangelo, in realtà lo hanno rifiutano.
Il breve testo è costruito in modo geniale: Gesù racconta la parabola, la fa commentare ai diretti interessati e poi toglie il velo dallo specchio per far capire che si stava parlando proprio di loro. Le parole di Gesù mirano a mettere a nudo quelli che credono di essere giusti e pensano che la conversione sia per gli altri, mai per loro stessi.
Proviamo a guardare un po’ piú da vicino la parabola.
Il primo figlio risponde prontamente all’invito del padre, ma poi non combina niente e appende la zappa al chiodo. L’altro dice “No”, ma si pente, si rimbocca le maniche e va a lavorare nella vigna. Ovviamente, e tutti siamo d’accordo su questo, è il secondo figlio a compiere la volontá del padre.
Possiamo fare due brevi sottolineature. La prima: le parole se le porta via il vento; sono i fatti, le azioni, le decisioni concrete della vita che dicono chi siamo davvero.
La seconda: il secondo figlio parte con il piede sbagliato, ma ha la possibilitá di ricredersi, di ritornare sui suoi passi e ripartire. Nessuno di noi è incatenato ai suoi sbagli, noi non siamo i nostri errori.
Forse è per questo che le prostitute e i pubblicani sorpasseranno gli scribi e i farisei. I primi si sono lasciati amare da Gesù, hanno riconosciuto il loro peccato e si sono rimboccati le maniche. Gli altri, certi di essere giusti e perfetti, sono rimasti a crogiolarsi nella loro presunzione.

Coraggio cari amici, lasciamoci scalfire dalle parole di Gesú. A quale dei due fratelli assomigli? Questa parabola come puó orientare (o riorientare) il tuo cammino di discepolo?

Un abbraccio
don Roberto