Il respiro di Dio – At 2,1-11

Domenica di Pentecoste

Mentre stava compiendosi il giorno della Pentecoste, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. Venne all’improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso, e riempì tutta la casa dove stavano. Apparvero loro lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro, e tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi. Abitavano allora a Gerusalemme Giudei osservanti, di ogni nazione che è sotto il cielo. A quel rumore, la folla si radunò e rimase turbata, perché ciascuno li udiva parlare nella propria lingua. Erano stupiti e, fuori di sé per la meraviglia, dicevano: «Tutti costoro che parlano non sono forse Galilei? E come mai ciascuno di noi sente parlare nella propria lingua nativa? Siamo Parti, Medi, Elamìti; abitanti della Mesopotàmia, della Giudea e della Cappadòcia, del Ponto e dell’Asia, della Frìgia e della Panfìlia, dell’Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirène, Romani qui residenti, Giudei e prosèliti, Cretesi e Arabi, e li udiamo parlare nelle nostre lingue delle grandi opere di Dio».

In questi mesi abbiamo fatto l’esperienza della nostra fragilità e precarietà. Eravamo convinti di essere potenti e poderosi, ma un virus microscopico ci ha messi in ginocchio.
Lo ripeto anche questa domenica: da tutto questo c’è qualcosa che dovremmo imparare.
Forse ad essere piú umili, ad abitare la terra con leggerezza, senza distruggere, senza sentirci super eroi. Adamo ed Eva volevo prendere il posto di Dio, e hanno dovuto coprirsi con una foglia di fico. E noi, ingenui e presuntuosi, che ci sentivamo padroni dell’universo, abbiamo dovuto coprirci con guanti e mascherine.
Nonostante tutto questo, Lui non ci abbandona; anzi, compie la sua promessa: “riceverete la forza dello Spirito Santo che scenderá su di voi”.
Nonostante tutto quello che abbiamo fatto per tenerlo lontano, negarlo e inscatolarlo, Lui ci dona niente meno che il suo Spirito.

Forse vale la pena ricordare che lo Spirito Santo è il respiro di Dio e, se noi lo riceviamo, significa che Lui respira in noi, vive in noi, si muove e parla in noi. La pentecoste segna proprio questo passaggio nella vita della chiesa: non solo Dio è in mezzo a noi, a Lui è in noi. Paolo descrive molto bene cosa significhi essere abitati da Lui: “Non sono piú io che vivo, ma è Cristo vive in me. E questa vita, che io vivo nel corpo, la vivo nella fede del Figlio di Dio che mi ha amato e ha dato se stesso per me” (Gal 2,20).
Allora vivere la Pentecoste significa lasciar vivere Lui in me, lasciare che Lui prenda possesso della mia vita. Ed è quello che è successo agli apostoli: appena lo Spirito Santo è disceso su di loro, sono schizzati fuori dal cenacolo parlando lingue nuove e tutti rimasero sorpresi.
Il primo segno dello Spirito è l’universalità.
La chiesa nasce per il mondo, per schizzare fuori dai cenacoli, dai sepolcri, dai bei nascondigli profumati di incenso, per percorrere le vie del mondo ed annunciare che vivere con Lui, o senza di Lui, non è per niente la stessa cosa. La chiesa è sale, lievito, luce e seme che si deve mischiare con il mondo, che deve amare il mondo, come Dio che tanto amò il mondo da dare il suo figlio (Gv 3,16).

Uniti nella preghiera, un abbraccio.
Ringrazio di cuore per le numerose mail che mi sono arrivate in queste settimane e, soprattutto, per vostra preghiera.

Don Roberto

 

Fino alla fine – Matteo 28,16-20

Festa dell’Ascensione del Signore

In quel tempo, gli undici discepoli, intanto, andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato. Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. Gesù si avvicinò e disse loro: “A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”.
Dopo una Quaresima e una Pasqua davvero speciali, ci prepariamo alla Festa dell’Ascensione. Qui in Perú il clima è teso. I pronostici ufficiali di qualche settimana fa erano abbastanza positivi, ma purtroppo i contagi stanno aumentando, gli ospedali hanno collassato e non si trovano medicine. Nella nostra zona, nell’estrema periferia nord della megalopoli peruana, la maggior parte dell’economia è informale e la gente, che non puó lavorare e non ha risparmi, ha paura di morire di fame. Quelli che non sono stati colpiti dal virus, dovranno resistere alla carestia.
Quello che sorprende è la caritá della gente, la capacitá di condividere quel poco che si ha, l’attenzione e la delicatezza nell’aiutare chi sta passando un brutto momento.
Tra le strade polverose di Carabayllo ho visto il Vangelo vissuto. Ho visto le orme dei piedi di Cristo che visitava la casa del vicino con una borsa di pane e un casco di banane. Ho visto l’impronta delle mani di Cristo che pesava un sacco di riso per dividerlo equamente tra le famiglie piú povere del quartiere. Ho visto che Gesú ha mantenuto la sua promessa: “Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”. Il Signore compie le sue promesse e non sempre le nostre attese. Meno male.
Se lui non fosse stato con noi durante questa quarantena, sarebbe stato un vero disastro, ma lo Spirito ci ha accompagnati e ci ha sostenuti, il Consolatore ci ha dato forza per sperare e perseverare.

Grazie a tutti coloro che mi hanno scritto e hanno pregato per noi.

Un abbraccio, a presto

Se mi amate – Giovanni 14,15-21

Sesta Domenica di Pasqua

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi. Non vi lascerò orfani: verrò da voi. Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi. Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui».
Sono giá passate sei settimane dalla Pasqua. Settimane intense che hanno sicuramente messo a prova la nostra pazienza e la nostra perseveranza. Spero davvero che questo tempo ci abbia aiutato a rinnovarci, a vedere piú da vicino e con piú calma quali sono le cose davvero importanti della nostra vita e a ravvivare in noi il desiderio di seguire Gesú. Sarebbe davvero un peccato che tutto questo tempo fosse passato inutilmente. Leggendo gli Atti degli Apostoli si vede bene che la chiesa si è rinvigorita proprio nei momenti piú difficili e dolorosi. Che lo Spirito Santo, consolatore infaticabile della chiesa in cammino nella storia, ci rinnovi con i suoi doni.

Il Vangelo di questa domenica ci presenta un tema fondamentale: l’amore per Gesù. Mi colpisce la domanda del maestro, non ci avevo mai fatto caso: “Se mi amate…”
Questo “se” è un pugno nello stomaco.
Se.
Ma io lo amo Gesú?
Parlo di amare per davvero, non solo di dire le preghiere prima di dormire o andare svogliatamente a Messa la domenica.
Gesú vuole che lo amiamo come uomini e donne maturi, liberi appassionati.
Vuole che il nostro amore sia sincero e incondizionato.

Il maestro ci consegna un criterio fondamentale per poter misurare la temperatura del nostro amore: “Se mi amate, osserverete i miei comandamenti”. Non possiamo dire di amarlo e poi fare quello che vogliamo o seguire le nostre logiche zoppicanti. I comandamenti di Gesú sono una bussola che orienta e aiuta a mettere ordine nella vita. I comandamenti non sono catene che ci vincolano, ma ali che ci permettono di spiccare il volo. Senza le parole di Gesú saremmo come polli che starnazzano nel cortile, ma con le sue parole nel cuore siamo come aquile che svettano nel cielo.
Uniti nella preghiera, un abbraccio

Don Roberto

Non sia turbato il vostro cuore – Giovanni 14,1-12

Quinta Domenica di Pasqua

In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: «Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: “Vado a prepararvi un posto”? Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. E del luogo dove io vado, conoscete la via”.
Gli disse Tommaso: “Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?”. Gli disse Gesù: “Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto”.
Gli disse Filippo: “Signore, mostraci il Padre e ci basta”. Gli rispose Gesù: “Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: “Mostraci il Padre”? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere. Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro, credetelo per le opere stesse. In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre.»
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Questa domenica sembra proprio che e parole di Gesù siano una risposta alle tante domande che affiorano nel cuore in questi giorni. Forse non abbiamo parole per esprimere tutte le nostre preoccupazioni e i nostri dubbi, ma il maestro sa arrivare dritto al punto: “Non sia turbato il vostro cuore”.
Mi dà una grande pace ripetere queste parole di Gesù.
Lui non ci chiede di essere sempre all’altezza di tutto: pronti, competenti e combattivi. Il maestro non ci chiede di essere i migliori, semplicemente ci chiede di fidarci di lui e di vivere nella pace.
Mi sembra molto importante ricordare che in nessun momento Gesù ci ha promesso una vita senza problemi e senza intoppi. Seguire i suoi passi non ci mette sotto una campana di vetro al riparo da tutto, ma ci espone allo sbaraglio, al martirio del ridicolo, alla fedeltá dell’amore. Gesù non ci promette di liberarci dai problemi, ma ci promette che sempre stará con noi: “Io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo” (Matteo 28,20). Questo è l’elemento fondamentale della pace e della serenitá che ci deve accompagnare: sapere che Lui è con noi. Sempre.
Lo so, non è facile. Soprattutto adesso.
Una cosa che mi consola è che non è stato facile nemmeno per i discepoli. Per esempio Filippo e Tommaso. Poverini, ci mettono tutta la buona volontá, ma non ne azzeccano una. La fede è un cammino, ci vuole tempo e passione per scongelare il nostro cuore duro e lasciare che lo Spirito Santo lo faccia palpitare all’unisono con quello del Risorto.

Coraggio amici, che il Signore ricolmi i nostri cuori di pazienza e passione. Pazienza per imparare a perdonare le nostre miserie e passione per rialzarci ad ogni caduta e ricominciare a camminare con Lui.
Un abbraccio, uniti nella preghiera
Don Roberto

Tra cielo e terra – Giovanni 10,1-10

Quarta Domenica di Pasqua

In quel tempo Gesù disse: “In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore. Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei”. Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro.
Allora Gesù disse loro di nuovo: “In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo. Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza.

Questo è uno di quei brani del Vangelo che vanno letti sottovoce, letti e riletti per gustarne tutta la bellezza e lasciarsi sorprendere dalla inattesa novitá delle parole di Gesú.
Il pastore è descritto con 5 caratteristiche: entra per la porta, chiama per nome le pecore, le conduce fuori, cammina davanti a loro e dà vita in abbondanza. È bello pensare a un Dio cosí, un Dio che non si nasconde, che ci conosce uno a uno, che ci vuole liberi e veri, che ci accompagna e cammina con noi per regalarci bellezza e felicitá.
Mentre le pecore sono descritte con 3 caratteristiche: riconoscono e ascoltano la voce del pastore e lo seguono. È una definizione molto bella di come dovrebbe essere un discepolo. Gesú ci vuole cosí: allenati a riconoscere la sua Parola tra le mille assordanti grida che ci stordiscono e pronti seguire i suoi passi. Ovunque.
E poi c’è il ladro che ruba, immola e distrugge. Il nemico è sempre all’opera: ruba la parola seminata nei nostri cuori, immola e distrugge con la forza tremenda della paura e la tentazione viscida dell’orgoglio.
In pochi versetti troviamo una sintesi bellissima dell’esperienza cristiana, ma l’immagine che sta al centro del nostro brano è quella della porta.
Le pecore stanno nel recinto di notte, ma quando sorge il sole devono uscire. Gesú ha detto “Io sono la luce del mondo” (Gv 8, 12), lui è il sole che brilla nell’oscuritá della notte. Lui è la porta attraverso la quale possiamo uscire dalle tenebre della schiavitú verso la luce della vita. Lui è la porta tra cielo e terra, la porta innalzata sul calvario con il legno della croce, la porta per uscire dalla schiavitú e scappare dalla prigionia dei falsi pastori, la porta sempre aperta della misericordia, del perdono, dell’amore.

No, non bussare.
Quella porta è sempre aperta.
Lui ti sta aspettando.

Un abbraccio, don Roberto

Ora tutto è diverso – Luca 24,13-35

Terza Domenica di Pasqua

  Ed ecco, in quello stesso giorno due di loro erano in cammino per un villaggio di nome Èmmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto. Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo.Ed egli disse loro: “Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?”. Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Clèopa, gli rispose: “Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?”. Domandò loro: “Che cosa?”. Gli risposero: “Ciò che riguarda Gesù, il Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i capi dei sacerdoti e le nostre autorità lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e lo hanno crocifisso. Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; si sono recate al mattino alla tomba e, non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto”. Disse loro: “Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?”. E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui. Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: “Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto”. Egli entrò per rimanere con loro. Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista. Ed essi dissero l’un l’altro: “Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?”. Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: “Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!”. Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane.

Piú leggo questo meraviglioso racconto di Luca e piú mi convinco che i discepoli di Emmaus ci assomigliano davvero. Stanno scappando da Gerusalemme, sono delusi, svogliati, stanchi. Vogliono lasciarsi alle spalle la bella avventura con Gesú. Bella finché è durata.
Adesso bisogna guardare avanti.
C’è bisogno di girare la pagina: punto e a capo.
Ritornare alla normalitá è la parola d’ordine.
Ci assomigliano proprio, sembrano la nostra radiografia.

Uno dei dettagli piú belli di questo testo è come Luca fa entrare in scena Gesú. Tutto è dominato dalla delusione, dallo sconforto, dalla fuga e il Risorto si mette a camminare con loro. È una scena commovente, dolcissima.
Gesú non li rimprovera, non gli domanda perché stanno scappando, semplicemente cammina con loro. Li accompagna cosí come sono, li ascolta e, al momento giusto, fa la domanda strategica: “Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?”.

I discepoli si sorprendono: su che pianeta vive questo sconosciuto?
Ma Gesú, semplice come una colomba e astuto come un serpente, rompe il ghiaccio non per constatare se i discepoli hanno studiato bene il catechismo, ma per capire cosa hanno capito. Risultato: i discepoli sanno tutto, ma non hanno capito un tubo.
Sí, ci assomigliano proprio.

A questo punto è il misterioso viandante a prendere la parola e “cominciando da Mosé e da tutti i profeti, spiegó loro in tutte le scritture ció che si riferiva a lui”.

Durante il cammino la notte si avvicina e i discepoli insistono perché egli si fermi con loro nella locanda. E proprio lí, in una semplice locanda senza svolazzamenti di angeli, fiumi di incenso e suoni di campane, i discepoli riconoscono il Signore.
Un pane spezzato, le sue mani, la sua voce, uno sguardo: è Lui.
Non ci sono dubbi: è il Signore, è il Risorto!

Questa cena inaspettata dice ai discepoli che quella comunione di vita con il Rabbì di Nazareth è sopravvissuta alla sua morte. Lui è vivo, davvero. E proprio in questo punto, quando Gesú si sottrae alla loro vista, l’evangelista Luca descrive un cambio radicale: dalla tristezza alla felicità, dall’apatia alla gioia, dalla paura al coraggio.

Ora tutto è diverso.
Lui è vivo e lo hanno incontrato: chi potrá fermarli?
Volevano ritornare alla vita di prima, ma ora tutto è diverso.

Non so voi, ma io non voglio ritornare alla vita di prima.
Questa sosta forzata ci deve cambiare.

Cosa abbiamo imparato da tutto questo che ci sta succedendo?
Cosa concretamente puó cambiare nella mia vita?
Il Risorto sta camminando al tuo fianco, lo inviterai a cenare con te e con la tua famiglia per spezzare con Lui il Pane della vita?

Un abbraccio, uniti nella preghiera
don Robi

Gemelli di Tommaso – Giovanni 20,19-29

Seconda Domenica di Pasqua

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: “Pace a voi!”. Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: “Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi”. Detto questo, soffiò e disse loro: “Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati”.
Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: “Abbiamo visto il Signore!”. Ma egli disse loro: “Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo”.
Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: “Pace a voi!”. Poi disse a Tommaso: “Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!”. Gli rispose Tommaso: “Mio Signore e mio Dio!”. Gesù gli disse: “Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!”.
Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.
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É la sera del giorno di Pasqua. Dopo che Pietro e il discepolo amato sono corsi al sepolcro e Maria Maddalena ha annunciato a tutto il gruppo quello che il Signore le aveva detto, i discepoli rimangono blindati in casa. Hanno paura. Non sanno cosa fare. Sono smarriti come pecore senza pastore.
Ma Gesú, ancora una volta, li sorprende e si presenta in mezzo a loro. Lo hanno abbandonato e tradito, ma il Signore vuole stare con loro.
Mi commuove questa testardaggine di Gesù. I dodici ne hanno fatte davvero di tutti i colori, ma Lui non li abbandona. E come ha fatto con loro, cosí fa e fará anche con noi.
Noi fuggiamo e ci nascondiamo, ma lui viene a cercarci. In qualunque guaio ci mettiamo, lui rimane con noi. Perché siamo suoi. Ci ama. A questo punto è bello ricordare le parole di Isaia: “Se dovrai attraversare le acque, saró con te, i fiumi non ti sommergeranno; se dovrai passare in mezzo al fuoco, non ti scotterai, la fiamma non ti potrá bruciare, perché sono il Signore, tuo Dio” (Isaia 43, 2-3).
Sembra quasi che la bellissima professione di fede di Tommaso faccia eco alle ultime parole del profeta: Mio Signore e mio Dio. Lo chiamavano Didimo, che significa “il gemello”, anche se Giovanni non dice mai di chi. Forse l’evangelista non lo nomina perché il gemello di Tommaso sono io, sei tu, siamo noi.
Siamo suoi gemelli perché Tommaso è l’anello di congiunzione tra i primi discepoli che hanno visto il Risorto e noi che ne facciamo esperienza attraverso il loro annuncio e l’ascolto della Parola.
Siamo suoi gemelli perché siamo in ricerca, perché non ci accontentiamo, perché vogliamo vedere e toccare il Risorto.
Siamo suoi gemelli, fratelli in Cristo, comunità di uomini e donne che si lasciano acchiappare dal suo amore paziente e testardo, Chiesa peccatrice e in cammino sulle orme del Risorto.

Uniti nella preghiera
Don Roberto