Tutto è dono – Mt 20,1-16

XXV domenica del Tempo Ordinario

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: “Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Accordatosi con loro per un denaro al giorno, li mandò nella sua vigna.
Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano sulla piazza disoccupati e disse loro: Andate anche voi nella mia vigna; quello che è giusto ve lo darò. Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno e verso le tre e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano là e disse loro: Perché ve ne state qui tutto il giorno oziosi? Gli risposero: Perché nessuno ci ha presi a giornata. Ed egli disse loro: Andate anche voi nella mia vigna. Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: Chiama gli operai e dà loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi. Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensavano che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero un denaro per ciascuno. Nel ritirarlo però, mormoravano contro il padrone dicendo: Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo. Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse convenuto con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene; ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te. Non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono? Così gli ultimi saranno i primi, e i primi gli ultimi”.

Eccoci nuovamente con una parabola meravigliosa. Il maestro non smette di sorprenderci!
Il padrone di casa esce all’alba per cercare operai per la sua vigna. Alle sei di mattino arruola il primo gruppo e stabilisce la paga: un denaro, una cifra niente male. Poi esce alle nove, a mezzogiorno, alle tre e alle cinque, e ogni volta arruola nuovi operai, ma senza parlare della ricompensa. Alla fine della giornata, al momento del pagamento, il padrone inizia dagli operai delle cinque del pomeriggio e li ricompensa con un denaro. A questo punto, l’abile penna di Matteo crea la suspence: se agli ultimi viene dato un denaro, ai primi che hanno lavorato tutto il giorno cosa darà il padrone?
Ma le speranze dei lavoratori della prima ora vengono subito sgonfiate: anche a loro, infatti, viene consegnato un denaro, il prezzo stabilito al momento dell’ingaggio.
Proprio qui, in quest’ultimo passaggio, sta il centro della parabola. Gli operai della prima ora si aspettavano qualcosa in più, erano convinti di essersi meritati una paga più alta. La parabola mette in luce una tentazione sempre attuale nel nostro cammino di fede. Il rischio è quello di imbarcarsi con Dio in un rapporto di tipo sindacale e lasciarsi guidare dalla logica del merito. Il profeta Isaia, nella prima lettura, ci ricorda che Dio ragiona in un altro modo: “Le mie vie non sono le vostre vie, i miei pensieri non sono i vostri pensieri” (Isaia 55,8).
La logica di Dio non è quella del merito, ma quella della grazia.
Noi ci preoccupiamo di comportarci bene, di meritarci i suoi favori, di conquistare la vita eterna, e Lui continua a sorprenderci, a scardinare le nostre logiche umane ristrette e zoppicanti. Basta sfogliare il Vangelo: il figlio fuggitivo della parabola si è forse meritato l’accoglienza strabordante del padre? Zaccheo cosa ha fatto di speciale per meritarsi il privilegio di ricevere il maestro in casa sua? I dodici discepoli che meriti potevano vantare per essere arruolati dal maestro?
La samaritana aveva forse qualche merito speciale per ricevere il segreto dell’acqua viva? E solo per fare qualche esempio…
La nuova e dirompente logica di Dio che questa parabola ci mette davanti agli occhi, dovrebbe “punzecchiare” soprattutto quelli che si sentono giusti, a posto, meritevoli; come gli operai della prima ora o il fratello maggiore della parabola del padre misericordioso.
Gesù ci mette in guardia dall’orgoglio spirituale e ci chiede una profonda conversione: dalla logica del merito alla logica della grazia.

Coraggio amici, tutto è un dono, tutto è grazia, ma per riceverlo dobbiamo imparare a stare a mani vuote.

Un abbraccio
Uniti nella preghiera
Don Roberto

Settanta volte sette – Matteo 18,21-35

XXIV domenica del Tempo Ordinario

In quel tempo, Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: “Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?”. E Gesù gli rispose: “Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette.”
Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”. Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito.
Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: “Restituisci quello che devi!”. Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò”. Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito.
Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”. Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto.
Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello”.

Ci sono certe pagine del Vangelo che dovrebbero farci sobbalzare sulla sedia, ma i nostri occhi sono cosí opachi e i nostri cuori cosí tiepidi che non ci rendiamo nemmeno conto della grandezza e della bellezza della Parola di Gesú. Ascoltiamo il Vangelo con lo stesso entusiasmo di un bambino davanti a un piatto di minestra.
Proviamo a leggere questa pagina di Vangelo come se fosse la prima volta, lasciandoci sorprendere da ogni parola del maestro.

Tutto inizia con una domanda di Pietro che vuole una regola precisa sul perdono. Chissà, forse il buon Pietro aveva avuto qualche discussione o problema, e vuole essere sicuro di fare le cose per benino e chiede consiglio al maestro. In quel tempo le leggi rabbiniche suggerivano che il perdono fraterno doveva essere concesso per un massimo di tre volte, quindi la proposta di Pietro è di alto livello: piú del doppio di quanto normalmente si suggeriva.
Ma Gesú, come sempre, ribalta la frittata.
Non sette, ma settanta volte sette.
Cioè sempre.

Provo ad immaginarmi la faccia di Pietro.
Sorrido pensando a cosa sará passato per la sua testa…
La regola di Gesù è ovviamente paradossale ed ispirata al perdono stesso di Dio. Questo è il centro: dobbiamo perdonare sempre perché Dio ci perdona sempre. Il perdono di Dio è motivo e modello dello stile di fraternità che deve regnare nella comunità cristiana.
La parabola di Gesù è chiara: il servo è condannato perché tiene il perdono per sé e non si lascia trasformare dall’amore ricevuto gratuitamente. Il testo della parabola sottolinea fortemente la sproporzione tra i due debiti.
Chi mi conosce sa che la matematica non è il mio forte, ma proviamo a fare due conti. Il primo servo si trova a dover trattare su una cifra pari a diecimila talenti. L’ammontare del debito è volutamente esagerato: il valore di un talento variava tra ventisei e trentasei chilogrammi d’oro, cioè la paga di un operaio per seimila giornate di lavoro, pari a diciassette anni di retribuzione. Quindi diecimila talenti equivalgono a centosessantaquattromilatrecentottantaquattro (164384) anni di lavoro! Questa è la somma che il re condona al suo servo, andando ben oltre la richiesta di dilazione del pagamento del debito che gli era stata fatta.
Il contrasto che Matteo sottolinea è in riferimento alla somma che il secondo servo deve al primo: cento denari, più o meno tre mesi di lavoro. Niente a confronto del condono precedente, eppure il primo servo non vuole sentir ragioni e fa rinchiudere in prigione il suo collega.
Questo è il centro della parabola: il condono esagerato del re sembra non aver introdotto nessuna novità nella vita del servo.
Tradotto: quante volte il Padre ha perdonato i tuoi errori, le tue cadute, le tue idiozie e tu non puoi perdonare a tuo fratello? Il Padre del cielo per te ha spostato il monte Everest e tu non puoi soffiar via un granellino di sabbia?

Coraggio, cari amici, lasciamoci provocare da queste parole di Gesù, proviamo a scovare in noi il desiderio – almeno il desiderio! – di perdonare come il Padre del cielo ci perdona, di amare come lui ama. Forse abbiamo bisogno di questo per trasformare le nostre comunità in oasi di misericordia in mezzo al deserto dell’indifferenza e della superficialità.

Un abbraccio

don Roberto

Dove due o tre – Matteo 18,15-20

XXIII domenica del tempo ordinario

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “Se il tuo fratello commette una colpa, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ti ascolterà, prendi con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà neppure costoro, dillo all’assemblea; e se non ascolterà neanche l’assemblea, sia per te come un pagano e un pubblicano. In verità vi dico: tutto quello che legherete sopra la terra sarà legato anche in cielo e tutto quello che scioglierete sopra la terra sarà sciolto anche in cielo.
In verità vi dico ancora: se due di voi sopra la terra si accorderanno per domandare qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli ve la concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro”.

Rinnegare l’uomo vecchio non è facile, il peccato affonda i suoi tentacoli nel profondo del nostro cuore, ma Gesù ci chiama alla battaglia. Una battaglia seria e serena, Lui è con noi. Più di quanto possiamo immaginare o osiamo sperare.
Siamo al capitolo diciottesimo di Matteo, quello che racchiude il discorso sulla comunità. Tra queste righe, Gesù ci consegna delle indicazioni preziose per costruire una comunità che nel mondo sia il segno luminoso dell’amore.
Il tema è scottante e sempre attuale: la correzione fraterna.
Lo stile di fraternità che propone Gesù è stupendo: delicatezza, discrezione, pazienza e gradualità.
Onestamente: quanto siamo lontani da questo, quanto ancora ci dobbiamo nutrire della Parola per costruire delle comunità dove ci si aiuta a crescere e non a deprimersi davanti agli errori; dove ci si dá una mano a migliorare e non si punta il dito contro chi ha sbagliato; dove si impara a parlare con amore e non solo a sparlare con malignità e presunzione.
Di questo insegnamento di Gesù mi colpisce soprattutto la delicatezza. Se accendo un faro alle spalle di un fratello che voglio correggere, non farò altro che proiettargli delle ombre distorte; se glielo punto negl’occhi finirò per accecarlo. Se voglio veramente aiutarlo a capire il suo errore, forse conviene accendere una candela e rimanere al suo fianco, e nella penombra che nasconde le lacrime, aiutare il fratello con carità a riconoscere i suoi errori.
Gesù sogna una comunità di fratelli e sorelle che intrecciano rapporti autentici, appassionati e fondati sul Vangelo. Non basta condividere qualche ideale o vivere nello stesso quartiere per ritenersi una comunità del Risorto!
Gesù dice che dove due o tre sono riuniti nel suo nome Lui è in mezzo a loro (v.20). Vi devo confessare che questo versetto mi ha sempre affascinato moltissimo, perché è una promessa per tutti! Gesù, infatti, non dice “dove due o tre santi…” o “dove due o tre perfetti”. La Sua presenza è offerta a tutti, non è questione di numero o di merito. L’unica condizione è essere riuniti nel Suo nome.

Coraggio, cari amici! Aiutiamoci a camminare in compagnia del Risorto, sosteniamoci nelle fragilità e nelle cadute, teniamo vivo in noi il sogno di Gesù!

Rinnegare l’uomo vecchio – Matteo 16,21-27

XXII domenica del Tempo Ordinario

In quel tempo Gesù cominciò a dire apertamente ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei sommi sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risuscitare il terzo giorno. Ma Pietro lo trasse in disparte e cominciò a protestare dicendo: “Dio te ne scampi, Signore; questo non ti accadrà mai”. Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: “Dietro a me, satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini! ”.
Allora Gesù disse ai suoi discepoli: “Se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi sé stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà. Qual vantaggio infatti avrà l’uomo se guadagnerà il mondo intero, e poi perderà la propria anima? O che cosa l’uomo potrà dare in cambio della propria anima? Poiché il Figlio dell’uomo verrà nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e renderà a ciascuno secondo le sue azioni. In verità vi dico: vi sono alcuni tra i presenti che non morranno finché non vedranno il Figlio dell’uomo venire nel suo regno”.

Davanti alle parole di Gesù, i sogni di Pietro e dei discepoli si sgretolano come castelli di sabbia al sole. Loro sono davvero convinti che Gesù sia il Messia atteso, le sue parole e i suoi gesti non lasciano dubbi. Ma la prospettiva della passione e della croce manda tutto in frantumi.
Pietro non accetta, non capisce e vuole insegnare a Gesú come fare il messia: “Dio te ne scampi, Signore; questo non ti accadrà mai”. L’ex-pescatore di Cafarnao si oppone e suggerisce una via diversa. Ma Gesú, senza esitare, ricorda a Pietro qual è il suo posto: “Dietro a me”.
In questa espressione possiamo identificare l’essenza del discepolato: camminare dietro al maestro, lasciarsi guidare. Quella del discepolo è una esistenza caratterizzata dalla fiducia, dall’abbandono e dalla leggerezza.
La proposta di Gesú è chiara: seguirlo è rinnegare se stessi e prendere la Croce. A volte questa affermazione di maestro non è stata interpretata correttamente. Rinnegare se stessi non significa disprezzarsi o pensare che questa vita serva solo a meritarsi la vita futura. Gesú non vuole trasformare la nostra esistenza in un sacrificio di tristezza e grigiore.
Rinnegare se stessi significa cambiare il centro della vita: non piú me stesso ma Dio. Dobbiamo rinnegare il nostro egoismo, le nostre chiusure, le logiche di possesso e di sicurezza. Dobbiamo rigettare la nostra indifferenza, pigrizia e superficialitá. Paolo direbbe che ci dobbiamo spogliare dell’uomo vecchio e rivestirci dell’uomo nuovo (cf Ef 4,22-24).
Coraggio amici, liberiamoci da tutto ció che ci invecchia e dalle abitudini che ammuffiscono l’anima e il corpo. Lasciamoci guidare dalla parola di Gesú per rinnovarci e rivestirci dell’uomo nuovo.

Un abbraccio
Uniti nella preghiera
Don Roberto

Scavare nel cuore – Matteo 16,13-20

XXI domenica del Tempo Ordinario

In quel tempo, essendo giunto Gesù nella regione di Cesarea di Filippo, chiese ai suoi discepoli: “La gente chi dice che sia il Figlio dell’uomo?”. Risposero: “Alcuni Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti”. Disse loro: “Voi chi dite che io sia?. Rispose Simon Pietro: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”. E Gesù: “Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli. E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli”. Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo.

Gesú era un maestro completamente diverso da suoi colleghi del tempo, almeno su questo punto i dodici erano d’accordo. La sua persona, le sue parole e la sua vita erano avvolte da un fascino indecifrabile e sorprendente. Non tanto e non solo per i suoi miracoli, ma per la sua simpatia per gli ultimi, i poveri, gli ammalati e gli esclusi. Gli altri maestri stavano seduti nelle loro scuole a insegnare, ma Gesú stava per strada, entrava nelle case della gente, toccava gli intoccabili e parlava con tutti.
Senza dubbio, piú di una volta, i discepoli si sono interrogati sull’identitá del loro maestro, ma nessuno ha avuto il coraggio di lanciargli la domanda. Cosí, Gesú, per liberare i dodici dal labirinto dei loro interrogativi, decide di prendere la palla al balzo.
“La gente chi dice che sia il Figlio dell’uomo?”.
La prende un po’ alla larga. Il Maestro è saggio, e sa che l’opinione della gente è importante. Tutti hanno colto la sua grandezza, ma lo riducono a qualcosa di già noto e conosciuto, non riescono a cogliere la sua novità. Lo vedono come una riedizione di uno dei profeti.
Dopo aver smosso le acque, il maestro affonda il colpo: “Voi chi dite che io sia?”. La risposta di Pietro è magistrale, ma incompleta. Infatti, dovrá fare i conti con la passione e la croce. Le sue aspettative si frantumeranno e il povero Pietro dovrá ripetersi la domanda di Gesú e scavare nelle profonditá del cuore per trovare una risposta. Non solo una risposta giusta, ma una vera, sincera, personale e autentica.
Non basta rispondere con una bella formuletta imparata a catechismo. La vita ci mette alla prova e la fede deve crescere insieme a noi, lasciarsi purificare e provocare dalla storia e dagli eventi che stanno segnando indelebilmente le nostre vite.
Coraggio amici, lasciamoci provocare, cerchiamo risposte nostre, apriamo gli occhi, scaviamo nel cuore, invochiamo lo Spirito e aggrappiamoci alla Croce.

Un abbraccio

don Roberto

Grande è la tua fede – Matteo 15,21-28

XX domenica del Tempo Ordinario

In quel tempo, Gesù si diresse verso le parti di Tiro e Sidone. Ed ecco una donna Cananèa, che veniva da quelle regioni, si mise a gridare: “Pietà di me, Signore, figlio di Davide. Mia figlia è crudelmente tormentata da un demonio”. Ma egli non le rivolse neppure una parola. Allora i discepoli gli si accostarono implorando: “Esaudiscila, vedi come ci grida dietro”. Ma egli rispose: “Non sono stato inviato che alle pecore perdute della casa di Israele”. Ma quella venne e si prostrò dinanzi a lui dicendo: “Signore, aiutami! ”. Ed egli rispose: “Non è bene prendere il pane dei figli per gettarlo ai cagnolini”. “È vero, Signore, disse la donna, ma anche i cagnolini si cibano delle briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni”. Allora Gesù le replicò: “Donna, davvero grande è la tua fede! Ti sia fatto come desideri”. E da quell’istante sua figlia fu guarita.

Gesú era davvero un uomo libero e sorprendente. Nel Vangelo di domenica scorsa abbiamo ascoltato le sue parole sferzanti rivolte a Pietro: “Uomo di poca fede, perché hai dubitato?”, e oggi, al centro del Vangelo, troviamo un elogio senza precedenti rivolto a una donna pagana e straniera: “Grande è la tua fede”.
Il contrasto non potrebbe essere piú forte.
Da una parte, Pietro, uno tra i primi ad essere chiamati dal maestro, viene rimproverato da Gesù per la sua poca fede, per la sua incapacitá di lasciarsi andare e di fidarsi totalmente. Dall’altra, una donna sconosciuta, straniera e pagana, viene elogiata per la sua grande fede, per quella insistenza fiduciosa e appassionata che ha aperto la strada verso il cuore di Gesù.

Ma il tema che vorrei provare a mettere in luce è il cammino di fede della donna. La scena si apre con le urla della sua disperazione: la cananea sbatte in faccia a Gesú il suo immenso dolore: ha una figlia indemoniata. Ma il maestro non le rivolge nemmeno la parola. È sorprendente, se pensiamo ad altri testi evangelici, l’indifferenza del maestro.
Proviamo a chiederci il perché di questa reazione di Gesú.
Naturalmente la sua non è indifferenza: il maestro vuol far crescere la fede della donna. E la nostra.
La cananea vede Gesù e urla il suo dolore, chiede un miracolo, un intervento potente di Dio. Questo è quello che cerca.
Forse anche a noi è capitato di trovarci in questa situazione. Quando va tutto bene lasciamo Dio nel ripostiglio, ma quando c’è un problema, quando ci sentiamo stretti alle corde, ci trasformiamo in super devoti e spolveriamo Rosari, Bibbie e candele…. Non che tutto questo sia sbagliato, intendiamoci. Ma la fede, quella matura, quella capace di spostare le montagne, quella che Gesú vuole suscitare nella cananea e in noi, è tutta un’altra storia.
La donna cerca Gesù per spremergli una guarigione, ma Gesù la accompagna a fare un passo importante e decisivo. È il passo della fiducia e dell’abbandono.
In questi tempi difficili, abbiamo bisogno di riscoprire la forza della fede, la capacitá di fidarci e affidarci alle mani di chi, per amore, si è messo nelle mani di tutti, per perdonare tutti, senza guardare il colore della pelle, il conto in banca e i titoli di studio.

Coraggio, cari amici! Proviamo a fare questo passo, proviamo insieme.  Il Signore, guardandoci dritto negli occhi, ci dirá: “Davvero grande è la vostra fede!”.
 
Di cuore ringrazio tutti coloro che mi stanno scrivendo e sostenendo con la preghiera. Grazie chi mi aiuta ad aiutare. Un forte abbraccio

Don Roberto Seregni

Coraggio, sono io, non abbiate paura – Matteo 14,22-33

XIX domenica del tempo Ordinario

Subito dopo che ebbe sfamato la folla ordinò ai discepoli di salire sulla barca e di precederlo sull’altra sponda, mentre egli avrebbe congedato la folla. Congedata la folla, salì sul monte, solo, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava ancora solo lassù. La barca intanto distava già qualche miglio da terra ed era agitata dalle onde, a causa del vento contrario. Verso la fine della notte egli venne verso di loro camminando sul mare. I discepoli, a vederlo camminare sul mare, furono turbati e dissero: “È un fantasma” e si misero a gridare dalla paura. Ma subito Gesù parlò loro: “Coraggio, sono io, non abbiate paura”. Pietro gli disse: “Signore, se sei tu, comanda che io venga da te sulle acque”. Ed egli disse: “Vieni! ”. Pietro, scendendo dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù.  Ma per la violenza del vento, s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: “Signore, salvami!”. E subito Gesù stese la mano, lo afferrò e gli disse: “Uomo di poca fede, perché hai dubitato? ”. Appena saliti sulla barca, il vento cessò. Quelli che erano sulla barca gli si prostrarono davanti, esclamando: “Tu sei veramente il Figlio di Dio! ”.

Lo rileggo sottovoce e provo ad immaginarmi il suo sguardo e il suo tono di voce: “Coraggio, sono io, non abbiate paura!”
Sento che queste parole, oggi, sono per me e per la mia gente. Ogni giorno arrivano notizie sempre piú tragiche: nuovi contagi, morti, ospedali al collasso, intere famiglie massacrate dal virus e dalla povertá. E non solo nella periferia di Lima, ma in tutto il Perú.
Qualcuno ha detto che il contagio è democratico, che non guarda in faccia a nessuno. Poveri e ricchi, secondo questa teoria, sarebbero esposti allo tesso pericolo. Purtroppo non è cosí.

Chi in casa non ha acqua, come puó lavarsi le mani trenta volte al giorno?
Chi non puó permettersi di comprare il latte per i figli, come puó comprare alcol per disinfettarsi?
Chi non ha il frigorifero, come puó andare una volta alla settimana a fare la spesa?

Le vittime sono i poveri o, come forse dovremmo dire, gli impoveriti. Uomini e donne che vivono schiacciati da un sistema ingiusto, governato dalla corruzione e dalla logica dell’accaparramento. C’è chi ha fatto una fortuna con il coronavirus: il prezzo delle medicine e dell’ossigeno è aumentato di dieci volte e le grandi distribuzioni hanno fiutato l’affare, alla faccia dei poveri che stanno morendo di fame.

Vorrei che tutti questi fratelli che stano soffrendo possano ascoltare le parole di Gesú: “Coraggio, sono io, non abbiate paura!”.
 Vorrei che tutti coloro che stanno affondando e si sentono sommergere dalle onde dei debiti e dal vento gelido della fame, sentano la presa sicura della sua mano.
Vorrei che tutti abbiano il coraggio e l’audacia di gridare: “Signore salvami!”

Signore salvami dalla paura di non farcela,
afferrami, rialzami, non mi abbandonare.
Senza di Te vado a fondo,
senza di Te non sono niente.
 
Entra nella barca, siediti con noi
e afferra il timone.
Portaci dove Tu sai.
 
Ti chiediamo solo una cosa:
rimani con noi.
Sempre.
 
Amen.

Di cuore ringrazio tutti coloro che mi hanno scritto, che pregano per me e per la mia gente, che mi hanno inviato generose offerte. Stiamo comprando viveri, medicine e ossigeno. Grazie.

Uniti nella preghiera
Don Roberto

Il deserto fiorirà – Matteo 14,13-21

XVIII domenica del tempo ordinario

In quel tempo, quando udì della morte di Giovanni Battista, Gesù partì su una barca e si ritirò in disparte in un luogo deserto. Ma la folla, saputolo, lo seguì a piedi dalle città. Egli, sceso dalla barca, vide una grande folla e sentì compassione per loro e guarì i loro malati.
Sul far della sera, gli si accostarono i discepoli e gli dissero: “Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare”. Ma Gesù rispose: “Non occorre che vadano; date loro voi stessi da mangiare”. Gli risposero: “Non abbiamo che cinque pani e due pesci! ”. Ed egli disse: “Portatemeli qua”. E dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull’erba, prese i cinque pani e i due pesci e, alzati gli occhi al cielo, pronunziò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli e i discepoli li distribuirono alla folla. Tutti mangiarono e furono saziati; e portarono via dodici ceste piene di pezzi avanzati. Quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini.
Ho letto e commentato questo brano centinaia di volte, ma oggi un piccolo dettaglio ha attirato la mia attenzione. I discepoli condividono con Gesú la loro preoccupazione per la gente: sono in una zona desertica e si avvicina l’ora del tramonto. Ma il maestro, dopo aver invitato i discepoli a dar loro da mangiare, dice che li facciano sedere sull’erba. Ecco, proprio questo è il dettaglio che ha attirato la mia attenzione: sono nel deserto e Gesú dice di farli sedere sull’erba? Come è possibile?
Da sette anni vivo a Lima, una delle due cittá piú grandi al mondo costruite in un deserto, e posso affermare con certezza che di erba nel deserto non c’è nemmeno l’ombra.
Cosa ci vuol dire l’evangelista? Qual é la sua intenzione?

Al centro della scena evangelica ci sono le mani di Gesú che prendono, benedicono, spezzano e donano. I verbi scelti da Matteo sono gli stessi della cena del Signore. Sono i verbi che indicano la circolarità dell’amore, l’apertura alla condivisione e al dono. Gesú fa Eucaristia: riceve, benedice, spezza e condivide. Ecco: proprio qui sta la risposta al nostro interrogativo. Il deserto si trasforma in un giardino ogni volta che facciamo eucarestia. Ogni volta che riceviamo con umiltá, ogni volta che benediciamo e condividiamo il dono della vita stiamo facendo fiorire il deserto in noi e attorno a noi.
Ed è bello sottolineare che nel testo non compare mai il verbo “moltiplicare”. Gesú non compie un gesto magico per riempire le ceste dei discepoli con pagnotte croccanti e un fritto misto dorato e succulento. Il maestro non cerca la spettacolaritá. Il vero miracolo è la condivisione, è il pane spezzato che sazia la fame di chi ascolta la Parola, è la logica nuova dell’amore e della fraternità che libera dalla schiavitù del possesso e dall’ansia della conquista.

Coraggio cari amici, cerchiamo di far fiorire i nostri deserti, facciamo eucarestia con i nostri pani e i nostri pesciolini, impariamo dalle mani di Gesú l’arte della condivisione.

Uniti nella preghiera
Don Roberto
Se nel mese di agosto vuoi leggere qualcosa per nutrire lo spirito, mi permetto di consigliarti il mio libro: “A mani vuote, l’alfabeto della preghiera”, edito con Ancora. È un libro piccino, da leggere e da sperimentare. È disponibile anche in formato e-book.

Il vero tesoro – Matteo 13, 44-52

XVII domenica del tempo ordinario

In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto in un campo; un uomo lo trova e lo nasconde di nuovo, poi va, pieno di gioia, e vende tutti i suoi averi e compra quel campo.
Il regno dei cieli è simile a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra.
Il regno dei cieli è simile anche a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. Quando è piena, i pescatori la tirano a riva e poi, sedutisi, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi. Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti.
Avete capito tutte queste cose?”. Gli risposero: “Sì”. Ed egli disse loro: “Per questo ogni scriba divenuto discepolo del regno dei cieli è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche”.
Ognuno di noi, anche chi non lo sa, è alla ricerca di un tesoro. Lo chiamiamo felicità, serenità, gioia, pienezza, bellezza… C’è chi lo trova quasi per caso, come l’uomo che scopre il tesoro nascosto in un campo; o chi lo trova dopo una lunga ricerca, come il mercante di perle. Il Regno di Dio, dice Gesù, è così: è per chi lo cerca, ma anche per chi non lo cerca e, incontrandolo, si lascia conquistare.
I due contesti sono diversi, certo, ma la reazione dei protagonisti è la stessa: vendono tutto, e lo fanno con gioia e senza esitazione. Il Regno di Dio è così: ti chiede tutto, e ti restituisce molto di più di quello che puoi immaginare.
Mi piace sottolineare la gioia e la prontezza, che sono due caratteristiche di chi si è lasciato conquistare dal Regno di Dio. La gioia è il linguaggio di Dio, è l’esperienza profonda e grata della sua presenza che accompagna il cammino e sostiene nelle fatiche. La prontezza è la risposta dell’uomo che si consegna nelle mani del Padre e si abbandona fiduciosamente alla sua volontà.
Ed è bello anche osservare che il coinvolgimento dei due uomini è totale, sembra davvero che non abbiano nessun altro interesse che conquistare quel tesoro che li ha conquistati. È quello che ha sperimentato Paolo: “Tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero come spazzatura, al fine di guadagnare Cristo” (Fil 3,8).

Coraggio cari amici, lasciamoci conquistare dal Regno di Dio e dalla sua giustizia; lasciamoci travolgere dalla gioia per sperimentare la sublimità della conoscenza di Cristo, nostro Signore.

Uniti nella preghiera
Don Roberto

Se vuoi continuare a meditare sulle parabole di Gesú, mi permetto di consigliarti il mio testo “Risillabare la Parabole”, edito con Ancora. È un libro scritto per essere letto personalmente, ma anche in gruppo (di giovani, di famiglie, di volontari…). Ogni capitolo, infatti, termina con domande per riflettere e condividere la Parola.

Il grano e la zizzania – Matteo 13,24-43

XVI domenica del Tempo Ordinario

In quel tempo, Gesù espose alla folla un’altra parabola, dicendo: “Il regno dei cieli è simile a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. Ma, mentre tutti dormivano, venne il suo nemico, seminò della zizzania in mezzo al grano e se ne andò. Quando poi lo stelo crebbe e fece frutto, spuntò anche la zizzania. Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero: “Signore, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene la zizzania?”. Ed egli rispose loro: “Un nemico ha fatto questo!”. E i servi gli dissero: “Vuoi che andiamo a raccoglierla?”. “No, rispose, perché non succeda che, raccogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Raccogliete prima la zizzania e legatela in fasci per bruciarla; il grano invece riponételo nel mio granaio”.
Sono passati molti secoli da quando Gesù narrò la parabola del grano e della zizzania, ma le sue parole sono estremamente attuali. Il maestro vuole mettere in luce un atteggiamento che spesso, purtroppo, caratterizza le nostre comunità a qualsiasi latitudine e longitudine: il giudizio.
Forse può sorprendere che il padrone di casa non voglia sradicare la zizzania che cresce insieme al grano.
Gesù non nega la necessità della separazione, la sua non è indifferenza al bene o al male. Il maestro, semplicemente, annuncia che il tempo del giudizio non è ancora arrivato e, comunque, per fortuna, non spetta agli uomini.

È interessante sottolineare che anche Giovanni Battista si aspettava una bella pulizia generale. Annunciando il Messia, infatti, disse: “Nella sua mano tiene il ventilabro e pulirà la sua aia, raccogliendo il grano nel granaio e gettando la paglia nel fuoco” (Matteo 3,12).
Ma Gesù fa tutto il contrario: non allontana i peccatori, non punta il dito contro chi era etichettato come la zizzania della società.
Il maestro non si circonda di perfettini e primi della classe, tra i dodici – lo sappiamo – c’è gente con un passato discutibile e tra di loro c’è pure il traditore.
I mietitori impazienti che vogliono sradicare la zizzania, assomigliano a chi vuole comunità di perfetti e gruppi esclusivi di primi della classe e dimenticano che la chiesa è una comunità di peccatori che ha fatto esperienza del perdono e della paziente misericordia del Padre.

Quante persone si sono allontanate dalle nostre comunità e parrocchie perché non hanno incontrato nemmeno l’ombra dell’accoglienza e della tenerezza di Gesù?
Quanti fratelli e sorelle si sono sentiti giudicati e condannati dai nostri sguardi?
Quanti confessionali si sono trasformati in sale di tortura e non in oasi di misericordia?

Coraggio, amici! Superiamo la tentazione del giudizio, smettiamo di comportarci come i mietitori della parabola, allarghiamo il nostro sguardo ed estendiamo le frontiere del cuore.

Un abbraccio
Don Roberto

Se vuoi continuare a meditare sulle parabole di Gesú, mi permetto di consigliarti il mio testo “Risillabare la Parabole”, edito con Ancora. È un libro scritto per essere letto personalmente, ma anche in gruppo (di giovani, di famiglie, di volontari…). Ogni capitolo, infatti, termina con domande per riflettere e condividere la Parola.