Di piú – Matteo 5,17-37

VI Domenica del Tempo Ordinario

In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: “Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento. In verità io vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia avvenuto. Chi dunque trasgredirà uno solo di questi minimi precetti e insegnerà agli altri a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà, sarà considerato grande nel regno dei cieli.  Io vi dico infatti: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli. Avete inteso che fu detto agli antichi: Non ucciderai;chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto al giudizio. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio. Chi poi dice al fratello: “Stupido”, dovrà essere sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: “Pazzo”, sarà destinato al fuoco della Geènna. (…)

Il testo evangelico di questa domenica è decisamente impegnativo e, leggendolo con calma, si può rimanere sorpresi per un’apparente contraddizione. Gesù dichiara che non è venuto ad abolire nulla della legge antica, ma a dare compimento. Si pone quindi in un’ottica di continuità e non di opposizione. Ma, dopo pochi versetti, il Maestro ripete per diverse volte: “Avete inteso che fu detto… ma io vi dico…”, lasciando trasparire una certa rottura con il passato.

Ma allora: continuità o novità?

Gesú vuole andare al centro della legge, vuole liberarci da tante incrostazioni che purtroppo hanno spento l’incandescenza della Parola. Lui è l’interprete e il compimento ultimo della legge e ci vuole riportare alla tensione originaria contenuta nella Parola.

Gesù dice “se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli” (v.20). Qui non si tratta di superiorità nella quantità, cioè rispettare più precetti e prescrizioni. Il mondo giudaico aveva già una casistica articolatissima, fatta da ben 613 precetti della legge (248 come le ossa del corpo umano, più 365 come i giorni dell’anno). Fare di più, in senso quantitativo, sarebbe stato davvero impossibile! Il “di più” che Gesù chiede è piuttosto nella qualità del nostro modo di metterci davanti alla legge di Dio, alla sua volontà.

Migliorare la qualità della nostra vita di discepoli significa anche fare meno cose e farle meglio, con piú passione e gioia; significa andare al centro, riscoprire l’incandescenza della Parola, sperimentare nuovi cammini, non fermarsi al “si è sempre fatto cosí”…

Coraggio, cari amici! Gesú ci invita ad una vita nuova, guidata dal suo Spirito, sostenuta dalla Parola e saziata dal Pane di Vita. Solo cosí saremo davvero discepoli salati e luminosi!

Un abbraccio, don Roberto

 

Sale e Luce – Matteo 5,13-16

V Domenica del Tempo Ordinario

  In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: “Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente. Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli”.

Le due immagini del sale e della luce sono davvero bellissime e si possono comprendere a qualsiasi latitudine. Leggendo con attenzione il brano possiamo fare qualche sottolineatura interessante.

Prima di tutto le parole del maestro non esprimono un desiderio o un comando, ma una realtá, un fatto. Gesú dice: “Voi siete…”, non: “Voi sarete”, e nemmeno “Voi dovete essere…”. Noi siamo sale e luce perché siamo figli del Padre, nella nostra natura c’è il sapore del Figlio che illumina il mondo dal candelabro della Croce.

Una seconda sottolineatura è che i verbi che Gesú utilizza sono al plurale, quindi il discorso è rivolto al gruppo, alla comunitá. Forse, presi uno a uno, siamo sale e luce, ma il maestro sa che la difficoltá maggiore é la vita comunitaria, sono le nostre relazioni. La sfida sempre aperta è quella di trasformare la nostra comunitá in un’oasi di misericordia e non in un mercato di pettegolezzi.

La terza sottolineatura è l’universalitá: sale della terra e luce del mondo, dice Gesú. Non per pochi o per qualcuno, ma per tutti. Il maestro dice chiaramente che dobbiamo risplendere davanti agli uomini, non per essere stimati e ammirati, ma per la gloria di Dio. Il cammino per insaporire e illuminare il mondo è attraverso le nostre opere buone per la gloria di Dio. Matteo è molto concreto e forse vuole metterci in guardia da un cristianesimo di molte parole, riunioni, documenti, programmazioni e pianificazioni…

Coraggio cari amici, che il Soffio dello Spirito rinnovi in noi il sapore del Figlio e ci faccia risplendere della luce sfavillante dell’amore.

Un abbraccio, don Roberto

 

 

 

Il vecchio e il bambino – Luca 2,22-40

Presentazione di Gesú al tempio

 Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, Maria e Giuseppe portarono il bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore – come è scritto nella legge del Signore: «Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore» – e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o due giovani colombi, come prescrive la legge del Signore. Ora a Gerusalemme c’era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione d’Israele, e lo Spirito Santo era su di lui. Lo Spirito Santo gli aveva preannunciato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo del Signore. Mosso dallo Spirito, si recò al tempio e, mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per fare ciò che la Legge prescriveva a suo riguardo, anch’egli lo accolse tra le braccia e benedisse Dio, dicendo:
«Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo
vada in pace, secondo la tua parola,
perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza,
preparata da te davanti a tutti i popoli:
luce per rivelarti alle genti
e gloria del tuo popolo, Israele».
Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui. Simeone li benedisse e a Maria, sua madre, disse: «Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione – e anche a te una spada trafiggerà l’anima –, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori». C’era anche una profetessa, Anna, figlia di Fanuèle, della tribù di Aser. Era molto avanzata in età, aveva vissuto con il marito sette anni dopo il suo matrimonio, era poi rimasta vedova e ora aveva ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere. Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme.
Quando ebbero adempiuto ogni cosa secondo la legge del Signore, fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nàzaret. Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui.
  

 

Il racconto della presentazione di Gesú al tempio mi ha sempre fatto molta tenerezza. Luca, come sempre, è molto attento ai dettagli e per ben quattro volte ripete che Maria e Giuseppe vogliono compiere la legge del Signore. Gesú è il loro primogenito e, secondo il libro dell’Esodo, devono offrirlo al Signore. Si tratta di un rito molto suggestivo: il figlio non appartiene ai genitori, ma a Dio.

Provo a immaginare i sentimenti che affollavano il cuore di Maria e Giuseppe, sapevano bene che quel bambino che tenevano stretto tra le braccia non gli apparteneva, erano coscienti che il loro bimbo avesse una missione speciale. Proprio per questo motivo, la presentazione di Gesú al tempio non fu soltanto un rito simbolico, ma un vero e proprio atto di consegna e di abbandono alle mani del Padre.

Rileggo queste prime brevi riflessioni e mi viene spontaneo ripensare a tante famiglie che stanno vivendo la stessa fatica di Maria e Giuseppe. Oggi è il giorno giusto per presentare o ripresentare i nostri figli al Padre, per affidarli alla sua mano e metterci con umiltá sui passi della santa famiglia. Con amore e pazienza dobbiamo accompagnare e orientare i nostri figli e, al momento giusto, lasciarli liberi. Anche di sbagliare. Sappiamo che non saranno mai soli, il Padre del cielo è il loro custode, è la loro ombra (cf Sal 121). Come per Maria e Giuseppe, arriverá anche per noi il momento di lottare per i nostri figli solo con la forza della preghiera.

Mi sembra interessante sottolineare la figura di Simeone, un personaggio molto importante che esce dall’ombra solo per una manciata di versetti. La sua missione è quella di riconoscere il Messia e presentarlo pubblicamente. Lui è un anziano profeta che muore dalla voglia di vedere il Messia. Lo ha aspettato, lo ha atteso per tutta la vita e ora lo tiene stretto tra le sue braccia. E’ una scena davvero bellissima: Simeone, l’anziano immagine dell’attesa, e il bambino Gesú, segno definitivo del compimento della promessa.

Molto bella anche la preghiera che Luca pone sulle labbra dell’anziano profeta. Sottolineo solo un versetto: “I miei occhi hanno visto la tua salvezza preparata da te davanti a tutti i popoli”.  Simeone, riprendendo alcuni famosi testi di Isaia, annuncia il carattere universale della salvezza offerta da Gesú. Fin dall’inizio è chiaro che il cammino di Gesú, la sua missione, porta in direzione del mondo intero, di tutti. Ovunque ti trovi, qualunque sia il tuo lavoro e la tua formazione, devi preoccuparti di tutti, senza escludere nessuno.

Un abbraccio

don Roberto

Seguitemi – Matteo 4,12-23

III domenica del tempo ordinario

In quel tempo, avendo saputo che Giovanni era stato arrestato, Gesù si ritirò nella Galilea e, lasciata Nazareth, venne ad abitare a Cafarnao, presso il mare, nel territorio di Zàbulon e di Nèftali, perché si adempisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaia:  Il paese di Zàbulon e il paese di Nèftali, sulla via del mare, al di là del Giordano, Galilea delle genti; il popolo immerso nelle tenebre ha visto una grande luce; su quelli che dimoravano in terra e ombra di morte una luce si è levata. Da allora Gesù cominciò a predicare e a dire: “Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino”.  Mentre camminava lungo il mare di Galilea vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano la rete in mare, poiché erano pescatori. E disse loro: “Seguitemi, vi farò pescatori di uomini”. Ed essi subito, lasciate le reti, lo seguirono. Andando oltre, vide altri due fratelli, Giacomo di Zebedèo e Giovanni suo fratello, che nella barca insieme con Zebedèo, loro padre, riassettavano le reti; e li chiamò. Ed essi subito, lasciata la barca e il padre, lo seguirono. Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il Vangelo del Regno e guarendo ogni sorta di malattia e di infermità nel popolo.

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Il Battista lo ha presentato al mondo: Lui, il messia atteso, è l’Agnello di Dio. Forse qualcuno si aspettava un leone, una tigre o almeno una pantera. Invece no: Lui è l’Agnello, ma un Agnello con le idee ben chiare.

La sua missione inizia dalle periferie. Gesú non sceglie Gerusalemme, ma la Galilea. È una scelta importante perché ricorda che Dio sceglie le periferie, sceglie ció che agli occhi del mondo non ha valore né bellezza. Per incontrare Dio, forse, qualche volta dovremmo provare ad abbandonare la sicurezza del tempio e cercarlo nelle periferie delle nostre cittá tra gli invisibili, i dimenticati e gli emarginati. In una parola: i preferiti di Dio.

Proprio in terra Galilea, Gesù sceglie i suoi primi compagni di viaggio. Il maestro chiama mentre cammina perché invita a camminare con lui. Non insegna una dottrina e non fa piani di riforme religiose. Li chiama a camminare con lui: Seguitemi. Forse, dopo molti secoli di cristianesimo, vale la pena ricordarci che la cosa piú importante è seguire Gesú, essere docili, andare dove Lui ci porta.

La piú grande avventura della storia dell’umanitá inizia cosi: tra il sudore dei pescatori e il rimestio lento delle onde del lago. Basta una Parola: Seguitemi. E tutto inizia.

Ogni volta che leggo questo brano del Vangelo mi chiedo cosa abbiano visto Pietro, Andrea, Giacomo e Giovanni negli occhi di Gesú. É bastata una parola e hanno lasciato tutto per camminare con lui.  Cosa c’era in quello sguardo, in quella voce, in quel sorriso? Cosa hanno sentito mentre hanno lasciato scivolare a terra le reti e si sono infilati i sandali per camminare con Lui?

Ovviamente non possiamo saperlo, ma sappiamo cosa hanno vissuto subito dopo aver lasciato le reti: “Gesù percorreva tutta la Galilea, annunciando il Vangelo del Regno e guarendo ogni sorta di malattia e di infermità nel popolo”. I discepoli hanno ascoltato la Parola e hanno visto i segni inequivocabili dell’arrivo del Regno. La Parola annuncia liberazione, dignitá, pienezza e svela che la prima preoccupazione di Gesú è restaurare la vita. L’Agnello di Dio annuncia e offre salvezza curando la vita. Fantastico!

Tutto questo è stato sufficiente per i discepoli.

Hanno capito che non si erano sbagliati.

Hanno lasciato tutto e hanno trovato molto di piú.

 

Un abbraccio

Don Roberto

Capovolgimento – Giovanni 1,29-34

II domenica del tempo ordinario

  Il giorno dopo, Giovanni vedendo Gesù venire verso di lui disse: “Ecco l’agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato del mondo! Ecco colui del quale io dissi: Dopo di me viene un uomo che mi è passato avanti, perché era prima di me. Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare con acqua perché egli fosse fatto conoscere a Israele”. Giovanni rese testimonianza dicendo: “Ho visto lo Spirito scendere come una colomba dal cielo e posarsi su di lui. Io non lo conoscevo, ma chi mi ha inviato a battezzare con acqua mi aveva detto: L’uomo sul quale vedrai scendere e rimanere lo Spirito è colui che battezza in Spirito Santo. E io ho visto e ho reso testimonianza che questi è il Figlio di Dio”.

Lo abbiamo ascoltato, detto e perfino cantato un milione di volte, ma forse non ci siamo mai fermati a riflettere sul significato della famosissima frase con la quale Giovanni presenta il messia atteso: “Ecco agnello di Dio che toglie il peccato del mondo”.        L’evangelista vuole da subito mettere davanti agli occhi dei discepoli, e dei lettori del suo vangelo, la novità strabiliante che accompagna la rivelazione del messia. Non é l’uomo che si deve offrire a Dio attraverso sacrifici, privazioni e rinunce; le parti si rovesciano, c´è un capovolgimento: è Lui che si offre, è Lui che si sacrifica.

Non c’è nulla da conquistare o da meritare. Il suo amore è gratis. Solo da accogliere, da ricevere, da vivere.

Non bisogna piú presentare agnelli sacrificali per placare l’ira di Dio contro l’uomo peccatore.

Lui è l’agnello, unico e definitivo, che toglie il peccato del mondo.

È davvero bello sapere che non devi conquistare nulla, che tutto ti è stato dato gratis. È liberante. La fede non è un cammino di conquista, ma di liberazione. Liberazione dall’ansia del sacrificio e dalla pretesa dell’autoaffermazione.

Forse dovremmo solo imparare ad essere un po’ piú leggeri. E lasciarci amare senza paura.

Un abbraccio a tutti

Don Roberto

Notte stellata

Mancano poche ore alla fine dell’anno. Ognuno si prepara come puó.

Qui in Perú non si fa molta festa per l’anno nuovo, i pochi risparmi sono stati spesi tutti per la cena del 24 di dicembre, per qualche regalo e, soprattutto, per le casse di birra.  Sicuramente non mancheranno i fuochi d’artificio e mille botti di ogni tipo per inquinare una cittá che vanta giá il prestigioso terzo posto tra le megalopoli piú contaminate del pianeta.

Si spara al cielo per intravedere un riflesso di un futuro diverso tra guizzi di colori e luci, per far scrosciare un applauso solenne per il nuovo anno che si prepara a sgusciare nei vicoli della storia. Si sta con il naso in sú come Abramo quando cercó di contare le stelle del cielo per farsi un’idea della promessa del Signore, o come Maria quando vide scomparire l’angelo Gabriele dietro alle nuvole del cielo di Nazareth, o come i magi che scrutarono la stella per andare ad adorare il salvatore.

Non mi piacciono per nulla le sparatorie selvagge del 31 di dicembre, pero sí, penso che dovremmo imparare a scrutare il cielo e alzare la testa per uscire dai nostri nascondigli. Alzare la testa per scrutare i cammini di stelle nascosti nei vicoli delle nostre citta e dei nostri paesi che, inevitabilmente, ci conducono alle porte di quelle case che custodiscono quei tabernacoli dimenticati che sono i poveri, gli ammalati, gli esclusi, gli ultimi. Alzare la testa per avere il coraggio della novitá, per scrollarci di dosso la muffa della mediocritá, per lasciarci alle spalle tutte le scuse e le bugie dietro le quali ci siamo malamente nascosti. Alzare la testa per riscoprire la bellezza disarmante dell’amore, quello puro, che profuma di sudore, di sangue e di eternitá.

 

Proviamoci.

Alzare la testa.

Per iniziare il nuovo anno.

Con un grazie.

Con un desiderio.

Con Lui.

Amen.

 

 

In una stalla

Ieri sera, durante la celebrazione della Messa, mi sono distratto varie volte. E non è stato per il chierichetto che giocava con il cingolo e nemmeno per il cagnolino che si gironzolava per la chiesa durante la celebrazione. Mi sono distratto guardando una bimba di due mesi in braccia a sua mamma. Dormiva beata e poi di colpo si è svegliata e si guardava intorno sorpresa senza riconoscere dov’ era finita. Mi sono distratto guardando la piccola Giulia e la sua giovane mamma. Mi sono distratto pensando alla fantasia immensa di Dio che per stare in mezzo a noi si è fatto piccolo e indifeso come mai nessuno avrebbe immaginato.

Tutti vogliono essere autonomi, indipendenti e potenti, solo Dio vuole essere un bambino. Tutti vogliono rimanere nella storia per qualcosa di grande, di importante, di unico; solo Dio sceglie di entrare nella storia dal punto piú basso, da una stalla di periferia. Tutti sognano di essere ricchi, solo Dio sceglie la povertá. Questo è il nostro Dio.

A pensarci bene il Natale è una festa davvero scandalosa perché ogni anno ci ricorda che il nostro Dio è nato in una stalla. Quando visito le famiglie piú povere della mia parrocchia, a volte mi sembra proprio di visitare la santa famiglia di Nazaret. Senz’acqua, senza fognature, con un solo letto per tutta la famiglia. Dio ha scelto di entrare nella storia dal basso perché nessuno deve sentirsi escluso. Lui è nato per tutti. Forse dovremmo ricordarcelo un po’ piú spesso che il nostro Dio è nato in una stalla, ci aiuterebbe ad essere un po’ piú umili e umani, a non montarci la testa. Forse ci aiuterebbe a non squadrare a da capo a piedi chi incontriamo per strada, a non giudicare per le apparenze, ad aprire le porte di casa a qui non sa dove passare la notte, a condividere quello che abbiamo senza paura.

 

 Solo per una volta, smetti di cercare Dio tra le stelle.

 Lui ti aspetta in una stalla.

  Mettiti in ginocchio.

  In silenzio.

  Lui è il nostro Dio.

 

Buon Natale.