E Dio si fece tenerezza

 Un tramonto infuocato accompagna la preghiera dei Vespri. È stata una giornata piena di incontri e di attivitá, ma adesso posso sedermi vicino al presepe dell’antica chiesa coloniale di Carabayllo per pregare con un po´di calma.christmas-1010749_960_720
Una lama di luce calda filtra dalle finestre e nella penombra della sera posso contemplare il piccolo Gesú adagiato su una manciata di paglia e foglie. Lo sguardo di Maria e Giuseppe avvolge di tenerezza il riposo del messia. Mi chiedo cosa sia passato nella mente e nel cuore di quei due giovani esuli mentre contemplavano il figlio di Dio affidato alla loro inesperta cura. Che guazzabuglio di pensieri e paure. Quante domande. Quanti perché sussurrati nel buio della notte ripensando alle parole solenni e misteriose dell’angelo.
A pochi passi dalla capanna, su un filo sospeso tra due pali, sono stesi i pannolini candidi del neonato. Mi fa sorridere questo piccolo dettaglio, sorridere e commuovere.
Mentre guardo i pannolini ripenso al meraviglioso testo che apre il Vangelo di Giovanni: “In principio era il Verbo e il Verbo era Dio. E il Verbo si fece carne”. Contemplando il presepe mi ricordo di una traduzione poetica letta da qualche parte: “In principio era la tenerezza e la tenerezza era Dio. E la tenerezza di Dio si fece carne in Gesù”.
La forza dirompente del Natale è la tenerezza di Dio. Di un Dio che si fa uomo, che si butta nella mischia, che si fa uno di noi.
Lo stupore del Natale è contemplare un Dio che non sembra nemmeno Dio.
È un bimbo povero, affamato, infreddolito, bisognoso di tutto.
È un bimbo nato come profugo in una stalla.
Il Dio che si rivela nella grotta di Betlemme è un Dio che irrompe nella storia e fa piazza pulita con tutti i nostri schemi e le nostre attese. Il primo vagito di Gesù segna un nuovo inizio, un cambio di rotta inarrestabile, una novità assoluta destinata a cambiare per sempre il respiro dell’universo.
Dio entra nel mondo dal punto più basso, da una grotta, da una stalla. Dio inizia dalla periferia, dagli ultimi della fila, dagli esclusi, da quelli che per il mondo non contano nulla. Nessuno è escluso. Questa è la buona notizia per cui vale la pena, ancora una volta, celebrare il Natale.

Un abbraccio

don Roberto

Risorgere e altri Ri del Vangelo

C’è molto Perù nel nuovo libro di don Roberto Seregni – “Ri-sorgere e altri “ri” del Vangelo” edito da Ancora Edizioni (127 pagine, 11,90 euro) – e non poteva essere altrimenti.

E’ lo stesso autore a spiegarne il perché in una delle ultime pagine del libro: “Dopo alcuni anni vissuti come prete missionario nella fagocitante periferia di Lima sento la necessità costante di farmi sempre più piccolo, scivolare leggero sulle orme di Gesù e lasciare a ogni incontro solo il profumo del Maestro. Liberarmi di tante inutili preoccupazioni e rigidezze che ingabbiano il Vangelo, entrare in punta di piedi nella vita dei miei fratelli…”

Ed è proprio da episodi “normali” di vita peruana che prendono le mosse i sei capitoli in cui si compone il libro. Ognuno dedicato ad un diverso “ri”: Riconoscere, Ricominciare, Ricredersi, Rinascere, Rinnegare, Rilanciare. “Devo confessare – scrive don Roberto –  che mi affascina questa sillaba preziosa! E’ radice di speranza, è sigillo di garanzia della fedeltà ostinata del Padre che plasma e riplasma le sue creature a immagine del Risorto. In questo libro vorrei proporti un percorso pasquale tra alcuni brani del Vangelo, per provare a trasformare la tua vita in un laboratorio di risurrezione”.

Storie come quelle di Dana una bimba che vive in una delle zone più povere della parrocchia o Doris che lotta per i diritti di sua figlia disabile. C’è Rosa e la sua lotta contro la malattia, Felicita e la sua capacità di accoglienza. Racconti di fatiche e gioie tra la polvere di questo angolo di Perù. Luoghi e volti attraverso cui rileggere brani del Vangelo che si conoscono ormai a memoria, ma che sanno dire sempre qualcosa di nuovo. In fondo – precisa don Roberto – “il missionario non è solo uno che deve annunciare Gesù, ma soprattutto uno che deve imparare a riconoscerlo”. Ed è attraverso il Cristo nascosto in quei volti che l’autore offre a noi lettori, rimasti da questa parte dell’Oceano, l’opportunità di riscoprire la Parola e di rileggerla in una veste nuova: il Vangelo dei discepoli di Emmaus, l’esperienza di Nicodemo, il rinnegamento di Pietro, la pesca miracolosa…

Una nuova prospettiva che nasce dall’esperienza fidei donum: la logica dello scambio tra Chiese che si concretizza in una rilettura del Vangelo offerta a tutta la nostra Chiesa.  Un dono che si arricchisce grazie alla capacità di don Roberto di cesellare le pagine di questo libro facendo di tanti piccoli frammenti un unico cammino. Al termine del quale al lettore non resta solo la ricchezza di un’esperienza vissuta e di una Parola – mi si permetta il termine – “masticata”, ma l’opportunità di mettersi in gioco in prima persona, di interrogarsi e farsi mettere in crisi, consapevoli di come “nessuno è perduto, eccetto chi non scelga di lasciarsi trovare. Nessuno è escluso, eccetto chi decida di tagliarsi fuori”. Perché, in fondo, conclude l’autore, non “è mai troppo tardi per rimettersi in gioco e questo vale a tutte le età”.

MICHELE LUPPI

Un solo mistero…

nataleUn piccolo Babbo Natale e una renna sgualcita penzolano sulla porta della casa di Ruth. Intorno solo sassi, sabbia e altre case di legno aggrappate con le unghie ai ripidi pendii delle dune rocciose a pochi kilometri da san Pedro. Il clima è torrido, ma la spruzzata di neve sul berretto del Babbo Natale mi rinfresca le idee.
Ruth apre la porta e mi saluta con il suo solito bellissimo sorriso. Nonostante la sua vita sia un sorprendente mosaico di dolori e solitudini, i suoi occhi neri brillano di una luce calda e serena. Mi accoglie nella sua piccola casa con un abbraccio. Tutto è ordinato e pulito. Il pavimento è di terra battuta, le pareti sono di legno riciclato inchiodato con cura ad alcuni pali azzurri. Pannelli pubblicitari dell’ultima campagna politica assolvono benissimo la funzione del tetto.
Il pianto della piccola Aisha reclama la nostra attenzione. Lo scorso anno, dopo lunghe attese e tanta sofferenza, Ruth ricevette la bellissima notizia di aspettare un bimbo, ma i nove mesi di euforia si stemperarono a pochi giorni dal parto. Il verdetto non lasciò spazio a molte interpretazioni: la piccola Aisha era affetta da sindrome di Alagille, una rarissima malattia genetica che colpisce fegato e cuore.
Mamma Ruth mi mostra le ultime analisi del sangue e io tengo stretta la piccola Aisha. Ha sette mesi, ma sembra molto più piccola.
Mentre ascolto il resoconto dell’ultima visita medica con la super-specialista, la mia attenzione è rapita dal piccolo presepe preparato in un angolino della stanza. Essenziale e ordinato, come Ruth e la sua casa. Maria e Giuseppe sono chini sulla culla vuota. Un angelo con i boccoli biondi annuncia ai quattro venti la nascita del figlio di Dio. E io mi sento come uno dei pastori accorsi alla grotta di Betlemme. Guardo la piccola Aisha, mi perdo nei suoi occhioni neri e un brivido mi sfiora la schiena pensando che Dio, l’Eterno, scelse la nostra fragile e debole carne per rivelare il Suo Volto. Mi sento come uno di quei pastori, pieno di stupore e meraviglia. Allo stesso tempo mi sento come Simone, il Cireneo. Mi siedo al fianco di Ruth, lascio che mi racconti, che si sfoghi. La dottoressa dice che l’unica possibilità di vita per Aisha è il trapianto di fegato, ma lei e la sua famiglia dovranno trasferirsi in Argentina perché in Perù non esiste nessun ospedale specializzato per questi interventi. Suo marito dovrà lasciare il lavoro senza nessuna garanzia per il futuro. L’ascolto, accolgo la sua Croce, l’aiuto a sollevarla. Le prometto che non la lasceremo sola, che tanti amici stanno pregando per lei.
Aisha inizia a piangere, il segnale è chiaro: è l’ora del latte. Lascio che la mia piccola amica faccia la sua merenda e la saluto con un bacino sulla fronte. È ora di rientrare a Carabayllo. Mentre cammino verso la jeep, lancio un’ultima occhiata alla casetta di Ruth. Oggi, in quella piccola baracca di legno, ho imparato qualcosa che non dimenticherò mai. Mi preparo a questo Natale con lo stupore dei pastori e con la disponibilità del Cireneo. In ginocchio davanti alla culla e alle infinite croci piantate nel cuore della terra. In silenzio per ascoltare la scorza di legno della culla e della croce. E scoprire che tutto è un solo mistero. Quello dell’amore.

Come una piccola fiamma

imagesNella periferia di Lima la Settimana Santa passa nella più totale indifferenza. I condomini alveare continuano a crescere, camion fatiscenti trasportano montagne di mattoni, venditori ambulanti intasano ogni angolo e gli altoparlanti trasmettono a tutto volume ritmi latini che si mescolano ai rumori stridenti del traffico cittadino.
Tutto segue inesorabilmente il suo corso. Non c’è nulla che possa fermare o almeno rallentare il ritmo frenetico della megalopoli peruviana. Un groviglio sotterraneo sussulta nelle viscere del deserto e la periferia lentamente avanza ed espande il suo impero di asfalto.
Cerco un angolo si silenzio e mi rifugio nella chiesa parrocchiale. Antiche statue dei grandi santi peruviani adornano i larghi fianchi dell’ampia navata. Alcune signore iniziano a predisporre tutto il necessario per la preparazione della famosa processione del venerdì santo. Ogni dettaglio è un antico rito.
Il Cristo morto è adagiato su un morbido lenzuolo rosso e la Virgen dolorosa aspetta di indossare il suo vestito solenne di lutto.
Seduto nella penombra rileggo i testi biblici della passione di Gesù e cerco di preparare le omelie del triduo pasquale. I prossimi giorni saranno molto impegnativi e preferisco avere pronte e in ordine tutte le riflessioni che desidero condividere con le comunità della parrocchia.
Sul mio libro delle letture c’è una grossa macchia di cera della celebrazione della veglia pasquale dello scorso anno. Ero nella comunità di Villa Cruz e una mossa maldestra di un catechista mi riempì di cera.
La cappella di questa comunità è stata costruita su una rotonda stradale, a fianco della Panamericana, una delle arterie di comunicazione più trafficate di tutta l’America Latina. E’ bello avere una cappella all’incrocio di più strade, un punto di svolta e di scelta. Certo: il rumore del traffico è fastidioso e a volte sembra che alcuni immensi camion siano intenzionati a parcheggiare tra l’altare e l’ambone… Però è bello stare lì, insieme, con quella piccola fiamma che brucia e si consuma sul cero pasquale, segno del Cristo Risorto.
Nonostante tutte le mie fragilità e povertà questo è il mio più grande desiderio: stare come una piccola fiamma all’incrocio delle strade degli uomini per annunciare che quella tomba è vuota, che Gesù è vivo, che la morte non è l’ultima parola.

Il Crocifisso, centro di ogni periferia

Il Crocifisso, centro di ogni periferia
meditazione per il mercoledì delle Cenericrocifissione

La giornata è grigia. E questa non è una novità. Una coltre umida avvolge perennemente la periferia di Lima.
Stivato su un vecchio bus lascio San Pedro verso una delle nostre cappelle. Attraversiamo veloci alcune recenti urbanizzazioni che accolgono l’esodo di centinaia di famiglie che dalle province del Perù si trasferiscono nella periferia di Lima. Per fortuna ci sono ancora alcune zone coltivate. Un particolare attira la mia attenzione: i contadini stanno bruciando sterpaglie, rami e foglie. Bruciano tutto per liberare il terreno in vista di una nuova semina e lasciano sui campi nudi la cenere per dare nuova energia alla madre terra, la pachamama.
E il cuore e la mente vanno a quella cenere che oggi scivolerà leggera sulla testa dei discepoli di Gesù in tutti gli angoli del mondo. Iniziamo così questi quaranta giorni: chinando il capo, chiedendo allo Spirito che faccia piazza pulita dell’uomo vecchio che da troppo tempo stiamo alloggiando nelle spirali della nostra quotidianità e ci metta sulla strada giusta per ritornare a Lui.
Sì: tornare a Lui con tutto il cuore.
Niente di meno.

Permettiamo a questa cenere di cadere sulle nostre teste con la forza di un uragano perchè ci strappi da tutte le nostre schiavitù e apra nuovi cammini di libertà.
Questo è il significato più vero della quaresima: ritornare a Lui per vivere da vivi!
Forse vale la pena ricordarlo: la Quaresima non è orientata al Venerdì Santo, ma alla Pasqua. Per questo non è tempo di mortificazione, ma di vivificazione!
E’ un tempo per imparare a vivere da figli e non da schiavi.
E’ un tempo per aprire gli orizzonti, per superare steccati e sperimentare nuovi punti di vista.
E’ un tempo per dire dei “no” che lascino spazio a dei “sì” più vivi e vivaci.

Una signora cicciottella con una enorme borsa piena di cipolle e patate mi schiaccia un piede e mi riporta sul pianeta terra. Mancano pochi minuti per arrivare alla cappella del Señor de la Soledad dove un gruppo di mamme – in teoria… – mi sta aspettando. Dobbiamo fare il punto della situazione di uno dei talleres della parrocchia. Scendo all’incrocio e il bus mi saluta con una nuvola di polvere. Cammino un paio di kilometri e arrivo alla cappella. Delle mamme, come sempre, nemmeno l’ombra. Entro e mi siedo su una delle panche di legno e fisso lo sguardo sul Crocifisso appeso sul muro di mattoni rossi dietro l’altare.

A Lui dobbiamo ritornare.
Lui solo è il centro di ogni periferia.

La casa di Nazareth

IMG-20141126-WA0008L’inizio del tempo di Avvento corrisponde, più o meno, all’inizio del caldo torrido. La maggior parte delle strade che collegano le dodici zone pastorali della nostra parrocchia di san Pedro de Carabayllo – nell’estrema periferia nord di Lima – è piena di sabbia. Una sabbia fine, bianca, impalpabile. Te la trovi addosso, nelle scarpe, tra i capelli, sotto di denti. Sui bei presepi colorati che cominciano ad apparire con la festa dell’Immacolata non serve riprodurre la classica spruzzata di neve: ci pensa la sabbia a dare un tocco tutto speciale.

Questa mattina ho visitato Delia. Con i suoi quattro figli vive in affitto in un garage. Una sola stanza, un solo letto, un solo piatto. Suo marito ha assolto il dovere della procreazione, ma ha pensato bene di affittarsi un appartamento dall’altra parte del Perù. Busso alla porta e Delia mi apre con un sorriso. I tre bimbi più grandi sono a scuola. Sul letto dorme come un angioletto il piccolo Christofer che tutti chiamiamo “el Gordito”, cioè “il Cicciotto”. Soprannome pienamente meritato.
Mentre Delia ordina con cura un po’ di riso e frutta che le ho portato, conversiamo dei bimbi, di un dente che le fa male e della bombola del gas che è quasi finita… Mi chiede cosa farò a Natale. Le dico che ancora non lo so. Mentre Delia finisce di sistemare gli ultimi manghi, il Gordito inizia a muoversi e si mette in piedi sul letto. Avvolto da una coperta colorata e inzuppato di sudore, sembra un piccolo esploratore del deserto! Mi riconosce e al volo mi allunga le manine paffute per farsi prendere in braccio. Provo ad asciugargli un po’ la fronte con l’angolo della mia maglietta e lui ride come un pazzo. Mi si avvinghia al collo sgambettando e io mi guardo attorno. Mancano solo il bue e l’asinello. Abbraccio forte il piccolo Christofer e penso alla casa di Nazareth…
Il Dio eterno, onnipotente, creatore del cielo e della terra ha scelto di abitare la nostra carne fragile, di farla sua, di amarla come la dimora più preziosa.
In tutto quello che ha fatto si vede la sua gloria e la sua potenza, ma è in quello che si è fatto che si vede il suo amore e la sua passione.
Si è fatto uomo, si è fatto bambino, si è fatto servo, si è fatto povero tra i poveri.
L’Atteso si svela nella forma più inattesa.
Mentre il Gordito mi tira la barba, provo ad immaginare cosa sentiva il buon Giuseppe stringendo tra le braccia il Figlio di Dio.
Resto disarmato al solo pensiero. Che follia! Certo: così è l’amore…
L’amore Suo, che conquista senza possedere, che illumina senza abbagliare, che scuote senza ferire, che stravolge per mettere ordine.

Perso tra i miei pensieri, ecco i tre fratellini del Gordito a riportarmi con i piedi per terra. Rientrano da scuola come un piccolo esercito maya e mi abbracciano saltellando. Nemmeno il tempo di salutarli come si deve e Delia appoggia su una sedia una ciotola di riso, patate e lenticchie. I bimbi prendono una forchetta e con ordine svizzero si mettono in cerchio intorno alla ciotola per pranzare. Saluto tutti con un abbraccio e li lascio perché possano mangiare tranquilli.

Mi avvio a piedi per raggiungere la jeep, bianca di neve peruana, parcheggiata tre isolati più in là e con lo sguardo saluto l’inferriata verde dietro cui vivono Delia e i suoi bimbi. Mi incammino e sorrido contento pensando di aver visitato la casa di Nazareth.

Gli occhi di Rosa

IMG_4539_robi periferie Rosa è una bella ragazza di ventinove anni, vive in una casetta di legno e cartone a mezz’ora di jeep da Carabayllo. Il suo primo figlio ha dodici anni e si sta preparando alla Prima Comunione. E’ un ragazzo semplice e silenzioso, ancora non sa che suo padre è suo zio, un alcolizzato che ha abusato e straziato l’adolescenza di sua madre. La seconda figlia è una piccola peste con il sorriso buono di sua madre e gli occhi neri di un uomo che ha promesso a Rosa mari e monti, ma che l’ha lasciata sola con un pugno di delusioni.
In dicembre dell’anno scorso Rosa scoprì di avere un tumore all’utero. All’ospedale statale gli fissarono un esame più approfondito. Tempo di attesa: tredici mesi. Rosa non ha alternative: aspettare e sperare che il tumore non la divori prima della biopsia. Certo: ci sono pure le cliniche private con i marmi lucidi e l’acqua calda, ma lei non può permetterselo e così decide di aspettare. Il tumore, però, non è della stessa idea.
Una vicina di casa mi racconta la sua storia e decido di andare a visitarla. Ci apre la porta trascinando i piedi e i capelli scompigliati le coprono metà del viso. Ci sediamo su un divanetto mezzo rotto e impolverato. Rosa piange, dice che per lei non c’è più nulla da fare, mi chiede di prendermi cura della sua piccola Camilla.
La lascio sfogare, ascolto, le passo un fazzoletto per asciugare le lacrime. Cerco nel fondo dello stomaco qualche parola per Rosa, ma niente. La sua storia e la sua disperazione mi hanno strappato tutte le parole che pensavo di conoscere.
Con me è venuta Milagros, la giovane assistente sociale che lavora nella Parrocchia. Capisce che sono alla deriva e prende la parola. Non mi ricordo cosa le abbia detto, solo ricordo il come. Parole tra donne, quelle che noi uomini non sappiamo dire.
Dopo un’ ora di conversazione Rosa accetta di sottoporsi ad una nuova visita nel policlinico parrocchiale. Forse il tumore è davvero maligno, forse dovrà iniziare la chemioterapia, forse dovrà operarsi. Forse. Ma negli occhi di Rosa brilla una piccola luce, un frammento di dignità ritrovata, un piccola scintilla di speranza.
Mentre ci salutiamo e ci diamo appuntamento per il giorno seguente, arriva la piccola Camilla con in testa il cappello di paglia della nonna. Ci scruta con i suoi occhioni neri e poi, indicandomi con la sua manina, chiede alla mamma: “Finalmente è arrivato Gesù per farti guarire?”. Rosa non sa se ridere o piangere, la abbraccia forte e le dice: “Si, Cami, penso proprio di sì…”.
Mentre mi allontano tra le strade sabbiose affido al Signore Rosa e i suoi figli. Che le sue mani sapienti possano far germogliare questi piccoli semi di dignità e di speranza che cerchiamo di seminare nel deserto affollato della periferia.