Dio ha tanto amato il mondo

“Dio ha tanto amato il mondo” – Giovanni 3,14-21
Quarta domenica di Quaresima

In quel tempo, Gesù disse a Nicodèmo: «Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna. Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio». (…)
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Chissà se quella cenere leggera e potente ha trovato uno spazio libero e disponibile per intrufolarsi nei nostri cuori e nelle nostre teste…
Chissà se il fuoco che ha consumato gli ulivi ha infiammato la nostra vita di passione e di disponibilità…
Chissà se siamo riusciti a metterci in testa che Dio non vuole i nostri sacrifici di mortificazione ma la nostra esistenza vivificata dallo Spirito…

Mentre leggevo e meditavo il bellissimo brano che la liturgia ci regala questa settimana, mi è tornato alla memoria un incontro.
Qualche tempo fa, mentre ero in fila col carrello della spesa davanti alla cassa di un supermercato, ho incrociato una signora che mi ha confidato che pochi giorni prima aveva subito un grosso furto. Alla fine del racconto, sottolineando di essere una donna molto credente, mi disse: “Caro don, se lassù qualcosa esiste, prima o poi li farà morire tutti quei mascalzoni!”.
Inutile trascrivere il mio stupore. Ma davvero Dio è così? Davvero Dio è questo giustiziere implacabile?
Gesù – per fortuna! – sembra proprio pensarla diversamente. Il Volto di Dio che il Rabbì è venuto a rivelarci è ben diverso da quello che a volte riempie le nostre fantasie religiose: “Dio ha tanto amato il mondo da mandare il suo Figlio… non per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi” (vv. 16-17).
Sono sempre più convinto che il vero problema non è se crediamo o non crediamo in Dio, ma in quale Dio crediamo!
Il Rabbì di Nazareth ci parla di un Dio follemente innamorato dell’uomo, di un Padre che dona quanto ha di più prezioso per farci passare dal buio del nostro peccato alla luce del suo amore.

Coraggio, discepoli! L’incontro con la Parola deve purificare ed evangelizzare l’immagine di Dio che ci abita. La rivelazione del Figlio amato ci salva innanzitutto da una falsa immagine di Dio e ci fa scoprire il volto del Padre che non condanna e non punisce, ma lascia libero ciascuno dei suoi figli di accogliere o rifiutare la luce che è venuta nel mondo (v. 19).

Nel tempio

“Nel Tempio” – Giovanni 2,13-25
Terza domenica di Quaresima

Si avvicinava la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe e, là seduti, i cambiamonete. Allora fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori del tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: «Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!». I suoi discepoli si ricordarono che sta scritto: «Lo zelo per la tua casa mi divorerà».
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Dopo il silenzio del deserto e la luce del Tabor, la Parola ci invita ad addentrarci nel Tempio di Gerusalemme.
Leggendo con un po’ di attenzione il brano, viene spontaneo farsi una domanda: perché Gesù se la prende così tanto con i cambia valute e i venditori di animali per i sacrifici? Dopo tutto il loro era un servizio prezioso: cambiavano le monete agli stranieri permettendogli di acquistare gli animali per il sacrificio e impedendo di introdurre nel tempio monete con l’immagine dell’imperatore.
Allora: cosa fa arrabbiare così tanto Gesù da spingerlo addirittura a fabbricarsi una frusta per scacciare dal tempio i commercianti?
Il Rabbì di Nazareth, in questo gesto apparentemente folle o esagerato, è animato dal desiderio che la casa del Padre non diventi un luogo di mercato, un bazar del sacro, un religioso tavolo di scambi tra domanda e offerta.
Quello che manda su tutte le furie Gesù è l’imbruttimento del volto del Padre proposto da una certa logica di mercanteggio del sacro. Il Rabbì di Nazareth si arrabbia con chi propone un rimpicciolimento del volto di Dio. Egli non è un funzionario da corrompere o un venditore da tener buono con una abbondante donazione. Con Dio, insomma, non si può mercanteggiare.
Da un Dio da piegare alla mia volontà con sacrifici e preghiere, al volto del Padre che mi ama e anticipa ogni mio desiderio: questa è la conversione più urgente.

Buona settimana
don Roberto

Sul Tabor

“Sul Tabor” – Marco 9,2-10
Seconda Domenica di Quaresima

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse su un alto monte, in disparte, loro soli.
Fu trasfigurato davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche. E apparve loro Elia con Mosè e conversavano con Gesù. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Rabbì, è bello per noi essere qui; facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Non sapeva infatti che cosa dire, perché erano spaventati. Venne una nube che li coprì con la sua ombra e dalla nube uscì una voce: «Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!». E improvvisamente, guardandosi attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo, con loro.
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Per farci pregustare la meta verso la quale siamo incamminati, la liturgia ci fa balzare dal deserto della scorsa settimana al monte della Trasfigurazione. Questo “salto spirituale” ci mette davanti agli occhi un Vangelo che scardina quell’immagine grigia e cupa della Quaresima che si è sedimentata nel nostro immaginario spirituale. L’autentica mortificazione quaresimale è per la vivificazione e non per la tristezza! Se mi mortifico è per far crescere la vita dello Spirito, per immettere vita evangelica nelle arterie della mia esistenza.
Pietro, Giacomo e Giovanni sono condotti dal Rabbì in cima al Tabor. Mentre salgono in silenzio il loro smarrimento cresce nel cuore. La Parola di Gesù che anticipa passione, morte e resurrezione è rimasta davvero indigesta. Non capiscono, ma si fidano del Maestro e camminano sui suoi passi. Mentre salgono il respiro corto della salita batte il ritmo dei mille pensieri e all’improvviso un bagliore di bellezza squarcia la loro confusione. I discepoli ricevono il dono di poter assistere ad un anticipo della gloria della Resurrezione. Gesù svela l’altra faccia del suo mistero: non solo la Croce, ma anche la Gloria. O meglio: in quella Croce, che ancora non comprendono, è nascosto il seme della Gloria.
La trasfigurazione di Gesù anticipa e prepara la nostra. Anche noi siamo chiamati a trasfigurare la nostra vita a immagine del Risorto e questo brano ci svela il principio attivo di questa metamorfosi: “Questi è il mio figlio, l’amato: ascoltatelo!”.
La trasfigurazione parte dall’ascolto di Gesù, Parola del Padre che come seme fecondo fa esplodere il cuore e rigenerare vita.
Lasciamo che la Parola ci trasfiguri e non vivremo più da schiavi, ma da figli a immagine del Figlio.

UN tempo per…

“Un tempo per…” – Marco 1,12-15
Prima Domenica di Quaresima

In quel tempo, lo Spirito sospinse Gesù nel deserto e nel deserto rimase quaranta giorni, tentato da Satana. Stava con le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano.
Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo».
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La pioggia colorata di coriandoli ha già lasciato spazio alle Ceneri, segno pasquale che ci ha introdotto nel grande tempo della Quaresima. Sistemati in ordine i travestimenti del carnevale, ora è tempo di abbandonare tutte le nostre maschere.
Con Gesù ci inoltriamo nel deserto per quaranta giorni.
E’ un tempo per verificare la nostra fede e rinvigorire il nostro cammino di discepoli.
E’ un tempo per ascoltare e ascoltarci, per (ri)scoprire il silenzio e la calma.
E’ un tempo per semplificare, per mettere ordine, per dare una gerarchia evangelica ai nostri impegni.
E’ un tempo per stabilire il centro e le periferie della nostra esistenza.
E’ un tempo di vivificazione, più che di mortificazione. Un tempo da preparare, da scegliere, da desiderare.
E’ un tempo di conversione per invertire le nostre rotte: da sé agli altri, dagli idoli muti al Dio della vita, dalla schizofrenia all’unità, dalla dispersione all’ordine, dalla confusione al silenzio, dalla superficialità all’essenziale, dall’ingordigia alla sobrietà, dalla presunzione all’umiltà…

La tradizione ci consegna tre parole chiave: digiuno, preghiera e carità.
Digiunare per sentire la fame, per scoprire che non basto a me stesso e che il mio egoismo non può nutrirmi. Digiunare per imparare a dire dei “no” che mi aprono a dei “sì” che allargano il cuore. Oltre al digiuno dal cibo – necessario e insostituibile – ci sono molti altri terreni in cui sperimentarsi, ognuno si scelga quello più urgente nel suo cammino spirituale. Mi permetto solo di consigliare un po’ a tutti il digiuno dal pettegolezzo, per imparare a guardare l’altro così come lo guarda Dio.
Pregare per trovare uno spazio quotidiano di deserto, di intimità con Gesù e la sua Parola. Pregare per riconoscere la mia totale appartenenza a Dio. Stabilire un tempo, trovare un luogo e mettersi in ascolto della Parola è un appuntamento irrinunciabile nella vita del discepolo. Senza fretta. Senza pretendere di “sentire” chissà cosa. Senza troppe parole. Stare davanti a Lui, questo conta.
Carità per ricordarmi che la fede deve cambiare anche le mie mani. Carità non significa dare quello che avanza o che non serve più, ma stare attenti ai bisogni dell’altro, condividere i doni che ho ricevuto, non chiudermi nel possesso che ammuffisce le ricchezze del cuore. Di certo non mancano le proposte per vivere esperienze concrete di carità, scegliamone una e rimaniamo fedeli. Ma non dimentichiamoci che la carità più urgente e capace di contagio, è quella della quotidianità, tra le mura domestiche, nella scuola, nel lavoro e pure nel tempo libero.

Buona quaresima
don Roberto

Fuoco e vento

Fuoco e vento

Leggera e inconsistente
picchia forte sulla testa,
come una picconata dello Spirito.
La cenere vuole svegliarci,
scuotere il letargo
che ci inchioda alla mediocrità
e fa fallire ogni promessa.
La cenere vuole farsi largo
con la potenza del fuoco che consuma
e con la leggerezza del vento
intrappolato tra gli ulivi bruciati.

Fuoco e vento,
per ardere e portare lontano.
Fuoco e vento,
come un uragano che ti afferra,
come una forza impalpabile
che per quaranta giorni
traccia un cammino nel deserto.
Fuoco e vento,
per fare memoria di quella notte
e di quel sepolcro esploso:
la vita non può marcire in una tomba,
l’amore non può stare rinchiuso in quattro mura.
Fuoco e vento.
Per purificare, cancellare, distruggere.
Per ritrovare ciò che davvero conta.
Per rialzarsi, ripartire, rimettersi in gioco.

Leggera e inconsistente,
picchia forte sulla testa.
Quella cenere può essere tutto questo.
O forse molto di più.
Dipende solo da te.

Alzati

“Alzati” – Marco 2,1-12
Settima Domenica del tempo Ordinario

Gesù entrò di nuovo a Cafàrnao, dopo alcuni giorni. Si seppe che era in casa e si radunarono tante persone che non vi era più posto neanche davanti alla porta; ed egli annunciava loro la Parola.
Si recarono da lui portando un paralitico, sorretto da quattro persone. Non potendo però portarglielo innanzi, a causa della folla, scoperchiarono il tetto nel punto dove egli si trovava e, fatta un’apertura, calarono la barella su cui era adagiato il paralitico. Gesù, vedendo la loro fede, disse al paralitico: «Figlio, ti sono perdonati i peccati».
Erano seduti là alcuni scribi e pensavano in cuor loro: «Perché costui parla così? Bestemmia! Chi può perdonare i peccati, se non Dio solo?». E subito Gesù, conoscendo nel suo spirito che così pensavano tra sé, disse loro: «Perché pensate queste cose nel vostro cuore? Che cosa è più facile: dire al paralitico “Ti sono perdonati i peccati”, oppure dire “Àlzati, prendi la tua barella e cammina”? Ora, perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere di perdonare i peccati sulla terra, dico a te – disse al paralitico –: àlzati, prendi la tua barella e va’ a casa tua».
Quello si alzò e subito prese la sua barella e sotto gli occhi di tutti se ne andò, e tutti si meravigliarono e lodavano Dio, dicendo: «Non abbiamo mai visto nulla di simile!».
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E’ la terza domenica di fila che la liturgia ci fa meditare un racconto di guarigione, ma questa volta ci sono due novità: la presenza di un gruppo di “oppositori” e il tema del perdono dei peccati.
Per quanto riguarda la prima novità, questo brano è il primo di cinque testi che vengono chiamati “le controversie” di Gesù (cfr. Mc 2,1-3,6). Domande, obiezioni e mormorazioni degli avversari portano il Rabbì ad una progressiva rivelazione di sé stesso, mentre i farisei e gli erodiani giungono alla decisione sulla fine che toccherà al Nazareno (Mc 3,6).
La seconda novità che l’evangelista introduce in questo brano è molto interessante. Al centro della narrazione non c’è la guarigione fisica del paralitico calato dal tetto, ma il perdono dei peccati. Un perdono non chiesto, forse nemmeno preso lontanamente in considerazione. I quattro amici – grandissimi! – forse si aspettavano una guarigione prodigiosa operata da Gesù, ma di certo non la solenne dichiarazione sul perdono dei peccati per il proprio amico.
Ecco il cuore del Maestro: il perdono, prima della guarigione! Anzi, potremmo dire che la guarigione è il segno, la prova, della potenza della Parola che perdona. Che spettacolo!

Alzati, dice Gesù.
Lo dice al paralitico perdonato e rimesso a nuovo.
Lo dice a me che ascolto questa parola e mi faccio ancora trascinare sul lettuccio delle mie infermità.
Alzati, coraggio, prendi in mano la tua vita!
Il Maestro ti vuole dinamico, pronto. C’è un cammino da fare, insieme.
Alzati! Non vedi quante ragnatele sulla tua speranza? E dov’è finito lo slancio di un tempo? Alzati! Riprendi vita, abbandona il tuo lettuccio e segui il maestro. Dove ti porterà non puoi saperlo, ma di certo Lui sarà sempre con te.
Alzati, coraggio! Non perdere tempo!

Buona settimana
don Roberto

Se vuoi…

“Se vuoi…” – Marco 1,40-45
Sesta Domenica del Tempo Ordinario

In quel tempo, venne da Gesù un lebbroso, che lo supplicava in ginocchio e gli diceva: «Se vuoi, puoi purificarmi!». Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio, sii purificato!». E subito la lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato.
E, ammonendolo severamente, lo cacciò via subito e gli disse: «Guarda di non dire niente a nessuno; va’, invece, a mostrarti al sacerdote e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha prescritto, come testimonianza per loro».
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Ho appena salutato un gruppo di ragazzi che ogni lunedì vengono in casa mia per pregare i Vespri. Hanno sfidato il vento gelido di questa sera, qualcuno arriva dall’allenamento ancora con i capelli bagnati, altri sono appena riemersi dai libri di fisica o di filosofia. Mi piace pregare insieme a loro, recitare i salmi sottovoce e sentirmi dentro un unico respiro che raccoglie desideri, sogni, sofferenze per portarle – insieme – davanti al Padre.

Dopo la guarigione della suocera di Pietro, la liturgia ci propone l’incontro di Gesù con l’innominato lebbroso.
Il libro del Levitico (Lv 13,45-46) lo dice chiaramente: il lebbroso è un impuro, è uno da tenere alla larga, è l’emarginato per eccellenza del mondo giudaico. Quell’uomo è per tutti un intoccabile. Sì, per tutti. Tranne che per Gesù.
Molto interessante è la richiesta del lebbroso, perché è coraggiosa e timida allo stesso tempo: “Se vuoi, tu puoi guarirmi!”. Egli supera la barriera sociale che gli era rigidamente imposta perché si vuole mettere in relazione con Gesù. Dentro di sé ha un desiderio e vuole portarlo davanti al Nazareno, ma allo stesso tempo sembra quasi che non voglia disturbarlo. La sua richiesta è in punta di piedi: “Se vuoi…”.
Forse il lebbroso pensa che incontrare Gesù sia un privilegio di pochi, ma la buona notizia del Vangelo di Gesù capovolge radicalmente questo criterio di merito e innesta nella vita del discepolo la certezza della gratuità.
Per poter gustare la compagnia di Gesù non serve la “tessera punti” delle buone azioni, ma la libertà di lasciarsi amare e raggiungere dal Suo amore trasformante.
Proprio in questo contesto, per la prima volta, l’evangelista Marco parla della compassione di Gesù: è davanti alla richiesta cruda del lebbroso che Gesù svela la sua tenerezza.
Il volto di Dio annunciato dal Nazareno è quello di un Padre che si lascia turbare, coinvolgere, appassionare e ferire. Che meraviglia!

Buona settimana
don Roberto

Contagio

“Contagio” – Marco 1,29-39
Quinta domenica del Tempo Ordinario

In quel tempo, Gesù, uscito dalla sinagoga, subito andò nella casa di Simone e Andrea, in compagnia di Giacomo e Giovanni. La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei. Egli si avvicinò e la fece alzare prendendola per mano; la febbre la lasciò ed ella li serviva.
Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. Tutta la città era riunita davanti alla porta. Guarì molti che erano affetti da varie malattie e scacciò molti demòni; ma non permetteva ai demòni di parlare, perché lo conoscevano.
Al mattino presto si alzò quando ancora era buio e, uscito, si ritirò in un luogo deserto, e là pregava. Ma Simone e quelli che erano con lui si misero sulle sue tracce. Lo trovarono e gli dissero: «Tutti ti cercano!». Egli disse loro: «Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!».
E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demòni.
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Settimana piena. Incontri che graffiano il cuore da mettere nelle Sue mani, parole pesanti come macigni da impastare con il lievito buono della speranza, silenzi spigolosi e taglienti da levigare con pazienza.
Anch’io, come il Rabbì, sento il desiderio di ritirarmi nel deserto e portare con me i nomi e le storie di tanti fratelli e sorelle masticati dalla vita che si trovano davanti a un bivio salato di lacrime o a un dolore a cui non riescono ancora a dare un nome.
Sabato sera, con un bel gruppo di giovani e adulti, siamo stati in preghiera davanti all’Eucarestia. Sono arrivato in chiesa con il cuore pieno di tante domande, pesi, storie e racconti. Per due ore, davanti a Lui, ho affidato ogni cosa alle Sue mani, ho travasato ogni pensiero sull’altare. Alla fine dell’Adorazione un’amica mi ha detto: “Sei arrivato un po’ nervoso e ora invece sei tranquillo…”.
Davanti a Lui ho trovato il mio deserto, il luogo dell’intimità.

Dopo l’esorcismo nella sinagoga di Cafarnao, la liturgia ci porta nella casa di Simone e di Andrea. In questo contesto domestico il racconto di Marco ci propone la prima guarigione del suo Vangelo: la suocera di Simone.
Una scelta stranissima, almeno per due motivi. Primo: è noto a tutti che nella cultura ebraica la donna si trovava su un gradino inferiore rispetto all’uomo. Nel Talmud si trova scritto che è meglio che “le parole della Legge vengano distrutte dal fuoco, piuttosto che essere insegnate alle donne.” (Sota B. 19a). Secondo: il miracolo avviene nel chiuso delle mura domestiche. Non ci sono folle di curiosi o di dubbiosi che cercano conferme dell’autorità messianica del Rabbì di Nazareth. Gli unici “spettatori” sono i parenti e i discepoli che accompagnano Gesù.
Questi due elementi ci fanno intuire che in questa guarigione Gesù non cerca la rilevanza pubblica o la spettacolarità del gesto. La marginalità della donna e il nascondimento del prodigio ci fanno intuire che non dobbiamo correre il rischio di fare come lo stupido del proverbio, che guarda il dito di chi gli indica la luna…
Come in molti altri racconti evangelici, la guarigione passa attraverso il contatto: la mano di Gesù afferra quella della donna e non solo la rialza dall’ immobilità della febbre, ma le comunica la sua stessa vita, la sua essenza. Questo contatto sprigiona in lei una forza nuova che si incarna nella dimensione più concreta e tangibile dell’amore: il servizio. La mano di Gesù contagia: toccata da quella del Maestro, anche la donna inizia a servire. La suocera di Simone diventa così immagine e modello del discepolo, di colui che si fa toccare e ricreare da Gesù e da quel con-tatto con Lui esce trasformato.

Coraggio, cari amici! Cerchiamo anche noi il nostro deserto per ritirarci in intimità con il Padre, lasciamoci contagiare dalla mano del Figlio Gesù, chiediamo che lo Spirito incendi di passione i nostri cuori!

Buona settimana
don Robi

“Taci” – Marco 1,21-28
Quarta domenica del Tempo Ordinario

In quel tempo, Gesù, entrato di sabato nella sinagoga, [a Cafàrnao,] insegnava. Ed erano stupiti del suo insegnamento: egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità, e non come gli scribi. Ed ecco, nella loro sinagoga vi era un uomo posseduto da uno spirito impuro e cominciò a gridare, dicendo: «Che vuoi da noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci? Io so chi tu sei: il santo di Dio!». E Gesù gli ordinò severamente: «Taci! Esci da lui!». E lo spirito impuro, straziandolo e gridando forte, uscì da lui. Tutti furono presi da timore, tanto che si chiedevano a vicenda: «Che è mai questo? Un insegnamento nuovo, dato con autorità. Comanda persino agli spiriti impuri e gli obbediscono!». La sua fama si diffuse subito dovunque, in tutta la regione della Galilea.

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La guarigione dell’indemoniato è il primo esorcismo raccontato nel Vangelo di Marco. Mi colpisce che questa scena avvenga nella sinagoga e non in una viottola della periferia di Cafarnao… La prima liberazione, cioè, avviene dentro la comunità, nel luogo della preghiera e dell’incontro. La scelta che ha guidato i primi passi della vita pubblica del Rabbì invita ciascuno di noi a partire da “dentro”, da quell’impasto meraviglioso di santità e di peccato, di slanci e di fatiche, di eroismi e di mediocrità che sono le nostre comunità.

Prima di puntare il dito fuori, siamo interpellati a scrutare la nostra vita comunitaria, a smuovere i macigni che impediscono di percorrere le strade della fraternità, a ritrovare sentieri di speranza, a far circolare aria fresca, a sbarrare i vicoli senza uscita della superficialità e a non impantanarci nei fanghi del formalismo.

Ricordiamo sempre che la Chiesa non è una comunità di perfetti ma di peccatori perdonati e redenti che invitano alla conversione e testimoniano che cambiare si può.

Basta sceglierlo.

Basta mettersi nelle sue mani.

I discepoli di Gesù che hanno sperimentato sulla loro pelle la potenza trasformante del perdono, annunciano che stare con Gesù è più bello di quanto si possa immaginare e più straordinario di quanto si osi sperare.

No, non serve essere perfetti.

Il Rabbì non se ne fa nulla di una combriccola dei superman della fede.

Gesù vuole discepoli che si lascino perdonare, amare, trasformare; uomini e donne che abbiamo il coraggio e la follia di camminare al suo fianco e di annunciare a tutti che con Lui o senza di Lui non è la stessa cosa.

Mi colpisce che la prima parola rivolta da Gesù all’indemoniato sia un invito al silenzio: “Taci”. Marco utilizza un verbo molto forte che richiama il gesto di mettere la museruola. Per essere raggiunti, toccati e trasformati dalla Parola occorre stare in silenzio, fermarsi, interrompere le frenesie pastorali e dare tempo al seme gettato in terra di marcire e di portare frutto.

Taci. Fermati. Ascolta. Guarda. Sentiti. Vivi.

Per non perdere la rotta

“Per non perdere la rotta…” Marco 1,14-20
Terza Domenica del Tempo Ordinario

Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo». Passando lungo il mare di Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. Gesù disse loro: «Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini». E subito lasciarono le reti e lo seguirono.
Andando un poco oltre, vide Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello, mentre anch’essi nella barca riparavano le reti. E subito li chiamò. Ed essi lasciarono il loro padre Zebedèo nella barca con i garzoni e andarono dietro a lui.

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Quel relitto incagliato davanti all’Isola del Giglio ha colpito tutti noi.
Mentre leggevo e meditavo questo brano di Marco non riuscivo a scucirmi dagl’occhi l’immagine di quel gigante trafitto e ribaltato.
E’ facile perdere la rotta. Commettere un errore. Smarrire i punti di riferimento.
La mia vita verso chi sta navigando?
Quali sono i punti di riferimento che guidano le mie rotte?
Ho ben chiaro quali sono i tracciati da evitare?

Il Rabbì, come sempre, ha una parola carica di forza e di urgenza: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo».

Non rimandare, non cercare scuse, non nasconderti dietro un dito. Questo è il momento. Non lasciarti sfuggire la vita: “Il tempo è compiuto!”
Dio è qui, ora, accanto a te.
Prova a girare lo sguardo, incrocerai i suoi occhi.
Prova ad afferrare quella mano tesa, sentirai la sua forza e la sua dolcezza.
Prova ad aprire il cuore alla Sua Parola, inizierai a vivere da vivo.

Dio è qui, ora, accanto a te.
Nei panni da stirare, nelle verifiche da correggere, nei motori dell’officina da rimettere in sesto, nei corridoi dell’ospedale, nel sorriso imbrattato di cioccolata della tua nipotina, nel telefono che squilla…

“Venite dietro a me”, dice Gesù. Il Rabbì non annuncia un sistema religioso, non fornisce una nuova regola di vita e soprattutto non propone un ricettario di consigli morali. Gesù annuncia una presenza che traccia una rotta, un amicizia che riempie la vita, una relazione su cui investire tutte le energie.

Verremo dietro a te, Signore.
Non ci lasceremo scoraggiare,
abbandoneremo le reti che ci imbrigliano
e prenderemo il largo.
Con Te nulla sarà impossibile…

Buona settimana
don Roberto